Un anno di pausa

In questi giorni sono tornata qui, sul mio blog, a valutare se tenerlo aperto, se continuare a investire per il dominio, se trasformarlo in una pagina statica, se… se… se…
E mi sono accorta che l’ultimo (con gli occhi di oggi) criptico articolo risale a febbraio del 2024.
Criptico perché lo avevo intitolato “Infuturazione (assenza di)” e forse segnalava già – in forma embrionale – quello che è maturato successivamente nella mia testa.

Infatti negli ultimi mesi si è sempre più consolidata una stanchezza da social media che mi ha portato gradualmente a scrivere sempre meno su Facebook (per me un po’ il social di elezione), a non pubblicare quasi più su LinkedIn dove – come ha egregiamente sintetizzato Alberto Puliafito su Substack – “[…] mi sembra che l’ossessione di stare sempre sul pezzo favorisca la proliferazione di contenuti che non hanno alcun valore aggiunto. […]” (Quali social dovremmo lasciare?), a chiudere l’account X (tanto lo frequentavo pochissimo, indipendentemente dalla deriva che ha poi preso la piattaforma) e a bighellonare con sempre meno convinzione su Instagram.

Insomma una graduale ed inesorabile (e più o meno consapevole) ricerca di silenzio.
Complice un’inaspettata lettura di un libro – “Il periodo del silenzio” di Francesca Manfredi – che in modo sottile mi ha spinto ad ascoltare questa nuova esigenza, spingendomi verso altri lidi.

A completare il tutto ci si è messo anche l’esito delle elezioni americane (e le conseguenti scelte delle Big Tech), che hanno reso le piattaforme ancora un po’ più polarizzate (non entro nel merito delle modifiche degli algoritmi e delle politiche di moderazione). Fenomeno che mi ha fatto ritornare con la memoria ai tempi della pandemia durante la quale anche io cedetti alla “seduzione deviante” delle liti digitali e del doomscrolling, alimentando una personale isteria.

Sono passati 5 anni da allora e credo (e spero) che in questi anni qualcosa nella mia testa sia cambiato (in bene o in male, solo il tempo me lo saprà dire).
Sono invecchiata di 5 anni e forse le modalità di interazione con l’intorno sono invecchiate con me. [Di questo ne sto discutendo con Chat GPT e credo che ne tratterò qui, in una categoria dedicata, perché occasione di riflessioni interessanti e a tratti inaspettate. A tale proposito consiglio la lettura dell’articolo – in inglese – di Nicoletta Iacobacci, su Substack: Who Am I Really Talking to When I Talk to AI?.]

E così eccomi di ritorno. Dopo un anno.
[Anche una newsletter che seguo con grande interesse e che tratta del connubio tra arte e vino, scritta da Giorgio Fipaldini, si è presa una pausa di un anno ed è tornata con cadenza mensile, rallentando la frequenza di pubblicazione: Degustazioni d’Arte.]

Torno qui dopo avere continuato a leggere libri (compagni inseparabili di viaggio, verso i quali ho cambiato approccio tornando alle basi: non più letture per condivisione sui social – in una gara verso qualcosa – ma letture per il piacere di leggere, capire e conoscere; letture lente).
Dopo avere preso le distanze da alcune piattaforme avvicinandomi ad altre (in modalità quasi lurker), partecipando ad attività online in gruppi più ristretti, ed iniziando ad esplorare nuove forme di Conversazioni Artificiali senza perdere di vista i contatti umani.

Riscoprendo nel frattempo il piacere di scrivere. Su taccuini prima, e qui oggi.
Con tempi e modi più su misura. Lontana dalle logiche algoritmiche. Vicina a reali desideri di condivisione.

Una cosa che ho fatto l’anno scorso

Non sono rimasta “digitalmente immobile” l’anno scorso.
Ho fatto una cosa per me molto importante e che ha occupato tutti i fine settimana (e gran parte delle sere) fino a metà anno.
Ho portato a termine un progetto che mi è stato molto caro, che era prima sfociato in un libro (“Dare un senso alle cose”, pubblicato a febbraio del 2022) e che a giugno dell’anno scorso (2024) è diventato anche un audio.
Insieme ad un gruppo di amicә del Patto di Milano per la Lettura, ed insieme a Isabella (una IA) , abbiamo dato voce al libro pubblicandolo su tutte le principali piattaforme audio in ascolto gratuito.
Una esperienza di narrazione, di apprendimento tecnico e di lavoro artigianale, che ha chiuso un ideale cerchio di una vicenda personale spartiacque.

Si ascolta qui: SpreakerSpotifyApple PodcastYouTubeAudible.

La foto di apertura è di JOYUMA su Unsplash

Sull’autonarrarsi

Da tempo ragiono sul se e come narrare quello che si fa (e/o si è) sui social media.
Sto diventando tediosa sul tema, me ne rendo conto.

E all’interno di questo ragionamento si muovono tante variabili anche apparentemente slegate fra loro: ci sono i selfie scattati (vedo profili – soprattutto su Instagram – quasi completamente composti di selfie), ci sono le foto dei cibi mangiati, dei libri letti, dei luoghi visitati…

Alcuni temi mi sono più confortevoli (libri, luoghi e forse anche qualcosa di cibo…), altri mi creano decisamente disagio (i selfie… ma il mio rapporto con l’obiettivo fotografico è sempre stato complesso e riassumibile in “sì a fotografare, no a farsi fotografare”).

E ragionando (ancora) sul tema – questa mattina – mi sono venute in mente due cose lette su due libri lontanissimi tra loro.

La prima è una citazione tratta dall’ultimo libro di Guia Soncini “Questi sono i 50. La fine dell’età adulta.”:

Una volta decidevi se iscriverti a Legge o a Medicina, oggi puoi decidere che a quarant’anni ti guadagnerai da vivere raccontando com’era il mondo quando ne avevi dodici. Ma dev’essere personale, mica roba da libri di storia. Devi saper narrare le merendine, e i cartoni animati, e non le ragioni della guerra in Afghanistan ma dov’eri quando vedesti per la prima volta le immagini delle torri che crollavano. Non fatturerai con la guerra santa in sé, ma col dettaglio di te che avevi comprato il regalo per il tuo compagno di banco ma la guerra santa fece annullare la festa: quanta vendibilissima immedesimabilità nelle piccole cose, altro che geopolitica, altro che la storia maiuscola. Devi fare cascina di futilità: un giorno tutto questo sarà reddito.
Domenico Starnone, che appartiene al secolo in cui per guadagnarti da vivere con la nostalgia dovevi saper scrivere, mica solo avere un telefono con la telecamera, dice che la letteratura si fa su una bottiglietta di chinotto: «Non sulla bottiglia in sé, ma sull’impatto tra me e la bottiglia, l’urto tra me e la parola chinotto, l’emozione che mi dà».

La seconda è un ricordo che arriva da un libro che – nonostante il titolo che può ingannare (“Miliardario a cinque stelle” di Tash Aw) – offre un amaro spaccato della società asiatica.
Ambientato a Shanghai, narra le vicende di quattro persone socialmente lontanissime tra loro, le cui vite si intrecciano e si incrociano in modo inaspettato (un cantante pop, un imprenditrice, un imprenditore ed una ragazza in cerca di fortuna).
La ragazza in cerca di fortuna, arrivata a Shanghai, inizia a costruire la sua immagine e la sua reputazione comprando imitazioni di capi e accessori di marca, leggendo libri di autoaiuto su “come fare per…” e postando sui social media la propria vita progettata a tavolino.
Tra i tanti dettagli della narrazione di questa figura, una mi aveva colpito in particolare (e mi è tornata in mente proprio questa mattina): quando decide di aprire il primo profilo social e sceglie una foto che le è stata scattata da un passante durante una visita in un giardino,

Guardando quella foto sullo schermo del computer capì che era esattamente la più adatta da mettere sul profilo: scattata da qualcun altro, un’amica durante una gita, magari addirittura da un fidanzato. Le dava un’aria desiderabile, diversamente dai tipici autoscatti confusi dove i soggetti avevano sempre lo sguardo all’insù verso l’obiettivo, comunicando istantaneamente all’osservatore: non ho amici.

A parte la “questione selfie” (laterale ma non per questo trascurabile, su cui andrebbero spese ulteriori parole), riflettevo che la narrazione della propria vita genera in chi ci legge non solo un posizionamento reputazionale e caratteriale (e anche delle contro-riflessioni), ma suggerisce anche possibili scenari professionali alternativi che possono essere invisibili a noi narratorә (immersә come siamo nel flusso della nostra storia e della nostra cronaca) e che sono costituiti del contenuto che pubblichiamo, supportato a sua volta dalla nostra esperienza (più o meno sistematizzata, più o meno consapevolmente).

Quindi, torno a domandarmi, ha senso narrarsi sui social?
Ha senso condividere ciò che si fa, si legge, si visita, si pensa…?
Sì. A questo punto credo di sì.
[Aggiungo: ha senso condividere costantemente il nostro volto? Dipende, da quello che vuoi comunicare. Perché tutte e tutti desideriamo comunicare qualcosa a qualcuno.]

E di una cosa sono certa: non esiste un unico modo per narrarsi, ne esistono tanti (anche non narrarsi è un modo per narrarsi). Altrimenti non sarebbe auto-narrazione.

L’importante è esserne consapevoli.
Avendo sempre in mente il mantra “ciò che pubblichi ti posiziona”, senza dimenticare che ad una azione corrisponde sempre una reazione.

[Foto di Madrona Rose su Unsplash]

Stare sui social (2023)

Probabilmente sto invecchiando… anzi, sicuramente sto invecchiando (l’anagrafe è abbastanza implacabile e inesorabile su questo, ma anche i neuroni contribuiscono attivamente alla questione)…
Fatto sta che ultimamente sono:

  1. In crisi da produzione di contenuti
  2. Intollerante da fruizione di contenuti

Detta in parole povere, mi chiedo se ha ancora senso (per me) stare sui social network. Sia in modalità attiva che in modalità passiva.
E – last but not least – su quale social stare (se voglio continuare a starci).
Non so se sono la sola a fare questi ragionamenti oppure se sono in buona compagnia (credo la seconda perché, leggendo in giro e parlando con persone, avverto una certa fatica sul tema), ma questo è.

Ha senso continuare a stare su Linkedin?

Complice l’inaspettato riconoscimento di un anno fa come “LinkedIn Top Voice”, è scattata nella mia testa l’ansia da prestazione (“Oddio, cosa pubblico oggi?”, “Oddio, cosa posso scrivere sul tema per cui mi è stato dato il riconoscimento?”, “Oddio,… [da completare a piacere]?”).
Ed è stato vuoto pneumatico (quasi una paralisi intellettiva) e (successivo) scoraggiamento per bassissima interazione (a parte la spinta iniziale arrivata dal riconoscimento). Unita all’osservazione su altri di un’autoreferenzialità abbastanza prevedibile visto che l’obiettivo primario dello stare sulla piattaforma è farsi notare dai recruiter e vendere i propri servizi.
Quindi se dovessi rispondere alla domanda “ha senso continuare a stare su LinkedIn?”, in questo momento (mentre sto scrivendo queste righe) risponderei di no. Per me che ho una tendenza più conversazionale, potrei farne tranquillamente a meno oppure limitarmi a fare manutenzione al profilo.
Se però – come ho fatto qualche settimana fa – metto in pausa il profilo, scomparendo dai radar, scatta nella mia testa la sempreverde “sindrome F.O.M.O.” e dopo 24 ore mi trovo a riattivarlo.
E così mi trovo ad oscillare tra il “chiudo” e il “mantengo passivamente (che non si sa mai, dice la F.O.M.O.)”.
I dubbi e le perplessità permangono, e mi è risuonato molto il post recente di una persona che seguivo che annunciava la chiusura del suo profilo per (sintetizzo) “inutilità”.
E visto che penso di avere uno spirito più conversazionale (per lo meno online) potrei concentrarmi su Facebook…

Ha senso continuare a stare su Facebook?

Conosco diverse persone che se ne sono andate da Facebook, approdando sul su citato LinkedIn o prediligendo Instagram.
Con Facebook ho un rapporto decisamente meno perplesso di quello che ho LinkedIn.
Su Facebook ho conosciuto persone interessanti, ho avuto conversazioni altrettanto interessanti, ho avuto modo di conoscere (e partecipare) ad eventi interessanti… Ma…
Ma col tempo (forse complice l’algoritmo, non so… o forse complice la mia succitata anzianità incipiente associata a sfinimento intellettivo e abbassamento del livello di tolleranza) è diventato faticoso.
Negli ultimi tempi ancora di più.
Le discussioni si fanno sempre più sfiancanti. E lo sfiancamento è maggiore per l’assenza di canali fondamentali di comunicazione quali – per esempio – quello visivo, uditivo, di tono di voce, ecc. ecc. che compensano modi di scrittura che paiono un po’ aggressivi.
Il “non si può più dire niente” si è impossessato della sottoscritta che ha delle riflessioni su temi corposi che vorrebbe condividere, ma che tiene per sé (o per conversazioni in presenza) vista l’alta reattività dell’ambiente digitale in questione (mi riferisco a temi quali la Parità di Genere, i Femminismi, i Linguaggi, la Body Positive… tutti temi “incendiari” capaci di scatenare reazioni sanguigne che poi ti tocca gestire con fatica).
E quindi, che faccio?
Anche qui non ho una risposta certa, ma sta prendendo piede l’idea della “modalità Lurker”…

E Instagram?

Instagram è forse ancora un’oasi nella quale riesci a gestire ciò che vedi (a parte il disastro di post suggeriti e sponsorizzati secondo profilazioni talvolta assai stravaganti e che si tramutano in disturbi della tua timeline) ed è – in questo momento – la migliore soluzione per me.
Anche se si sta insinuando una sottile noia che credo (e spero) di poter sanare con una sistemazione della lista di chi seguo (c’è sempre la questione della educazione dell’algoritmo, talvolta un po’ gnucco nel comprendere che certi argomenti non mi interessano).
Qui mi riservo qualche ulteriore riflessione a seguito dell’imminente riordino funzionale agli obiettivi di fruizione della piattaforma, anche se sento diminuire la pulsione ad aprire e “scrollare il feed” per una certa uniformità di contenuto.

E gli altri social?

Qui ho alcune certezze (una per la verità) e qualche dubbio valutativo.

La certezza che Tik Tok non è il social che fa per me. Per lo meno in modalità attiva (alla tenera età di 55 anni non mi vedo a fare balletti strani davanti all’obiettivo dello smartphone, e poi c’è la questione della iper-compressione del tempo di divulgazione di contenuti che non sono capace di gestire).
Telegram: un social che ho, sul quale seguo alcuni canali e che mi dimentico sistematicamente di consultare. Ma che è interessante per la modalità di fruizione e sul quale mi riservo sempre di approfondire di più (non è escluso che nell’imminente non apra un canale sul quale condividere gli articoli di questo blog e altri contenuti).
Twitter/X: ho un account ma lo frequento pochissimo. Mi è utile per avere aggiornamenti in tempo reale sul traffico ATM (l’azienda dei trasporti milanese), ma per il resto poco altro. Anche perché talvolta intercetto risse digitali davanti alle quali quelle su Facebook impallidiscono. Sono sempre lì-lì per chiudere l’account ma poi mi trattengo causa sindrome F.O.M.O. (che prima o poi sconfiggerò).
Substack e Medium: se la prima la seguo (a spizzichi e bocconi), la seconda – dopo un periodo nel quale ci ho anche scritto sopra – l’ho abbandonata pur avendo l’applicazione sullo smartphone (utile per la segnalazione su altre piattaforme di pubblicazione di articoli interessanti). Non le ritengo fondamentali (per me, per ora).
Flickr: Flickr è il mio cloud di foto. Ma non un cloud disordinato, no. E’ un luogo di archiviazione sul quale – nel tempo – ho caricato tantissime foto (organizzandole in album) e, anche se interagisco poco, resta un posto nel quale condivido ciò che vedo. Senza parole, solo con immagini che – proprio perché so essere destinate a questa piattaforma – curo con maggiore attenzione. Lasciando a chi le guarda le proprie considerazioni e suggestioni.
You Tube: il caro e vecchio You Tube, una specie di bisonte digitale che placido avanza ruminando dati e traffico. Ho un canale nel quale pubblicavo con una certa regolarità dei video, mentre oggi è un po’ più fermo. Ma non lo chiudo complice anche quello che mi disse un amico: il rilascio dei suoi dati nel web è più lento rispetto ad altre piattaforme mordi e fuggi, con una conseguente buona indicizzazione dei contenuti. E poi non è detto che non pubblichi altri video in futuro.

Una questione di tempo

Forse tutta questa lunga digressione ha un comune denominatore: il tempo trascorso su queste piattaforme. Che – per quanto mi riguarda – tende a scendere a favore di fruizione di contenuti specifici su siti web, fuori dal recinto dei social media che stanno diventando (nella mia testa) una sorta di finestra di ciò che c’è all’esterno (l’esatto contrario dell’obiettivo di questi medium: tenerti dentro il loro recinto digitale), imparando a trovare e seguire le tracce contenute nei post.

Una questione di modalità

E poi c’è la questione della modalità.
Quella modalità che passa sotto il nome di Lurker:

Il lurker è un soggetto che partecipa a una comunità virtuale (una mailing list, un newsgroup, un forum, un blog, una chat) leggendo e seguendo le attività e i messaggi, senza però scrivere o inviarne di propri, non rendendo palese la propria presenza, o perché non lo reputa necessario, o perché non lo desidera […] – Fonte Wikipedia

Una modalità silenziosa: l’esserci sì ma sotto tono.
Osservando, valutando e pubblicando se e quando si ritiene utile (quindi senza essere ostaggio degli algoritmi sempre più demanding).
Rivedendo il proprio rapporto con questi mezzi che stanno scrivendo un pezzo importante della storia della comunicazione e del linguaggio.

Quindi “ha senso stare sui social”?

Arrivata alla fine di questo articolo forse la risposta è sì, cambiando modalità.
Cambiando il personale rapporto con queste piattaforme che sono degli strumenti e – come tutti gli strumenti – la bontà (o meno) dipende dall’utilizzo che se ne fa.
Sperimentando nuove piattaforme
Rivalutando la modalità blog-centrica sulla quale – in passato – avevo nutrito dei dubbi.
Consultando con cognizione di causa.
Pubblicando con cognizione di causa.
A favore – forse e si spera – di una maggiore qualità.
Con buona pace degli algoritmi.
E priorità ai propri obiettivi.

[Foto di NordWood Themes su Unsplash]

X – Space – X

Ed infine questa mattina – guardando lo smartphone – mi sono accorta del preannunciato cambio di logo di Twitter in “X”.

Non entro nel merito della vicenda già molto ben analizzata da esperti e testate giornalistiche (su tutti invito a leggere il blog di Francesco Russo – https://www.franzrusso.it – esperto del settore).
Però le rapide considerazioni che ho fatto oggi, osservando il cambio di logo e aprendo la app per esplorarla, sono state sostanzialmente due.

La prima: mi aspettavo un cambio completo di identità di fruizione del media.
Magari siamo ancora in una fase di transizione, ma mi aspettavo uno switch da una configurazione nota che ha caratterizzato Twitter in tutti questi anni (abituandoci ad una sua specifica fruizione) ad una nuova configurazione: nuovo logo, nuovo layout, nuovi modi di fruizione.

Sono conscia del fatto che un cambio radicale potrebbe azzoppare ancora di più una situazione già zoppa (le transizioni vanno fatte accompagnando piano piano, passo dopo passo), ma allo stato attuale (sapendo anche delle difficoltà incontrare in questi tentativi di mutazione in altro) mi sembra ancora assai claudicante e vagamente confusa: è come se fosse cambiata la copertina (con la presenza di un nuovo “sigillo digitale”: il logo “X” che ricorda Space X) ma non il contenuto.

La seconda: una questione di identità linguistica del media.
Poteva piacere o meno, ma Twitter coi suoi “tweet” aveva una specificità linguistica molto definita che ne caratterizzava il suo utilizzo: uccellino —> cinguettii —> messaggi brevi.
E non è poco.
[Nel mentre scrivo Ansa riporta la notizia che su alcuni profili il pulsante per pubblicare non è più “tweet” ma “post”, a conferma di un po’ di confusione in essere e di ulteriore smantellamento di “quello che era”.]
Adesso, l’impressione che ne traggo (forse complice anche un’idea che ho del proprietario: geniale ma a tratti anche infantile [che alimenta la sua genialità, in un curioso corto circuito], fortemente egoriferito) è che l’obiettivo sia “marcare il territorio” senza curarsi dell’uso che l’utenza può fare dello strumento, senza (apparentemente) l’obiettivo di fidelizzarla/trattenerla (la massiccia migrazione verso altri lidi può essere un segnale).
[Oppure c’è una volontà di ri-targetizzazione del proprio pubblico.]

Elon Musk non fa le cose a caso.
Di questo siamo convinti in tanti.
Ma a volte non comprendi bene i suoi obiettivi, il “dove vuole arrivare”.
Qui più che mai.
Non capisci se – in quello che fa – c’è un disegno specifico, oppure alcune azioni (non tutte) sono tentativi per capire quale strada risulta più utile percorrere.

A tale proposito lascio qui il link ad una puntata del podcast Globo nel quale si parlava proprio di Elon Musk e della sua iniziativa su Twitter: “Elon Musk ci è o ci fa?”

[La foto della intestazione è di BoliviaInteligente su Unsplash]

Di errori di comunicazione. Miei.

Di recente ho commesso un errore.
Importante, secondo i miei parametri.

Ho ceduto alla lusinga dal “vago sentore primitivo” (leggasi “intervento del cervello rettile”) di quella benedetta/maledetta piattaforma che si chiama Facebook: ho ceduto alla pulsione di voler esprimere un opinione personale su una vicenda di grande risonanza mediatica che “fa scopa” (termine mutuato dal celebre gioco a carte) con un tema fortemente polarizzante.

Praticamente una tempesta perfetta che – se ben condotta – può generare engagement (che non era il mio obiettivo) ma che se sfugge al controllo genera un flame (che si stava generando) su cui bisogna cercare di intervenire rapidamente, con tutta la difficoltà derivante da una comunicazione temporalmente non allineata e priva di tutta una serie di canali comunicativi che possono smorzare eventuali malintesi (tono di voce, espressioni del volto, sguardi, ecc. ecc.).

Foto di Antenna su Unsplash

Anzi, l’errore non è stato uno.
Bensì sono stati due.
Il primo è stato quello di voler esprimere una opinione sulla questione (non necessaria, anche se pubblicata sul profilo personale).
Il secondo è stato quello di toccare uno degli argomenti più sensibili in circolazione negli ultimi giorni.

Parto dal secondo per poi collegarmi al primo.

Di solito un suggerimento che si da a chi muove i primi passi nella comunicazione in pubblico, e al pubblico, è di evitare di trattare argomenti relativi a politica, religione e sesso (a meno che non siano esattamente i temi di cui si deve parlare, nel qual caso si lavora sul come trattarli a livello di linguaggio utilizzato e “tono di voce”).
Perché questo?
Perché sono temi che bisogna saper gestire (anche a livello emotivo), così come bisogna saper gestire quello che si muove a valle. Cioè quello che le tue parole scritte (o dette) generano in chi ti legge (o ascolta).

Ai tre argomenti sopra citati se ne devono però aggiungere altri due: lo sport (ma di questo già si sapeva, in particolare sul tema calcio, e oggi anche in estensione su altre discipline) e la questione vaccini (anche se non esprimi opinioni contro chi non la pensa come te).

Foto di Frank Busch su Unsplash

Una ingenuità mia, lusingata da vecchi insegnamenti male interpretati: il prendere posizione per (mi si perdoni la ripetizione) posizionarsi.
(Dove per “posizionarsi” intendo acquisire autorevolezza su qualcosa.)

Ma il posizionarsi non si accompagna necessariamente all’esprimere opinioni su argomenti che non sono attinenti al tema su cui vuoi acquisire (o hai) – appunto – autorevolezza.
Anche se esprimere opinioni (anche su argomenti “esterni” alla tua area di competenza) ti posiziona. Irrimediabilmente. Nel bene e nel male.
(E quando sei posizionato/a devi saperti gestire e devi saperne gestire le conseguenze.)

Recentemente – a valle del post (che ho poi rimosso) – mi è tornato in mente quello che aveva riflettuto qualche giorno prima un contatto (sempre su Facebook): la decisione di non condividere più opinioni su tutto, constatandone il beneficio (anche mentale) che ne stava traendo.

Una scelta editoriale.

Così facendo qualcunә potrebbe pensare che questo vada a compromettere la libertà di espressione.
Ma non è così.
Si è liberә di pensare ciò che si vuole ma non ci si deve sentire obbligatә (dal proprio Ego) ad esprimere le proprie idee.
Anzi, questa scelta può essere l’occasione per esercitarsi nella misurazione delle parole, nella osservazione e nell’ascolto. Senza esprimere un giudizio e senza cedere alla pulsione indotta dalle emozioni che i contenuti altrui possono generare.

Non dico che l’adozione di questo comportamento sia un percorso facile.
Continueremo ad arrabbiarci, o a indignarci, davanti a ciò che non è allineato con il nostro pensiero: siamo umanә e siamo fatti di emozioni. E’ giusto che sia così.
Ma se desideriamo instaurare dialoghi costruttivi, anche se i nostri interlocutorә si trovano su posizioni opposte alle nostre, la strada da percorrere è questa: sospendere il giudizio, riconoscere le nostre emozioni (mettendole momentaneamente da parte) e – soprattutto – predisporsi all’ascolto (anche attivo).

Foto di Wonderlane su Unsplash

Forse i canali di comunicazione a nostra disposizione (i social media), con la loro modalità di comunicazione asimmetrica (nei termini di cui scrivevo all’inizio), non sono il luogo ideale per affrontare temi importanti.
A meno che si sviluppino competenze emotive e di linguaggio (in senso ampio) tali da consentirci confronti dialettici “calibrati” e approfonditi.

Perché queste piattaforme offrono indubbiamente potenzialità immense e sono – di conseguenza – strumenti molto potenti. E come tutti gli strumenti (potenti o meno) la bontà (o meno) dell’uso che se ne fa, dipende solo ed esclusivamente da noi.
E – nello specifico – dalle nostre competenze emotive e di linguaggio.

(Nota finale “ludica”: parallelamente ho avuto modo di “apprezzare” la velocità di risposta dell’algoritmo che – al mattino successivo alla pubblicazione del disgraziato post – mi mostrava con solerzia contenuti analoghi di contatti che non ricordavo neanche di avere e che mi hanno generato qualche “mal di pancia”. Confido che la rimozione del post e il riordino del profilo sollecitino a breve l’algoritmo ad un aggiustamento altrettanto rapido della timeline.)