Il senso del Natale

fiore

Natale: “Il termine deriva dal latino natalis, che significa “relativo alla nascita”. [Wikipedia]

Fra una settimana esatta è Natale.

E, come ormai mi accade da diversi anni a questa parte, avverto un costante senso di disagio e fastidio.

Fastidio per addobbi eccessivi (quest’anno vedo un po’ più di sobrietà). Fastidio per le vetrine iper-lucenti e lussuose. Disagio per il buonismo colloso e caramelloso.

Queste sensazioni hanno iniziato ad insinuarsi nel periodo natalizio del dicembre 2002. Mi ricordo ancora molto bene il preciso episodio. Ero impegnata (coi miei genitori) a mettere su la mia casetta dove sarei andata a vivere da sola. Ero in un negozio di arredamento in zona Piazza Piemonte a Milano e stavamo aspettando mio padre che stava arrivando da fuori Milano.

Arrivò in ritardo perché – raccontò – l’autostrada Mi-Laghi era bloccata dai lavoratori della Alfa Romeo, che stavano manifestando per la imminente chiusura dello stabilimento: quella gente stava perdendo il lavoro. Quella gente avrebbe passato un gran brutto Natale.

Mi ricordo molto bene il senso di tristezza che provai. E – non so cosa successe di preciso – da allora la mia visione del Natale iniziò a cambiare.

In seguito ci furono diversi episodi che andarono a rinforzare questa sensazione: un signore che – davanti all’opulenza degli addobbi natalizi in vendita alla Rinascente – raccontò a me (e mia madre) che lui non riusciva a sentire il Natale perchè l’anno prima (proprio a Natale) aveva perso sua moglie; lo stridore della ricchezza delle luminarie nel centro di Milano, con i senzatetto che dormono in strada, protetti solo da ripari di fortuna costituiti da cartoni e malconci sacchi a pelo rimediati chissà dove.

Mi ricordo anche quando, un paio di anni fa, guardando il reparto giocattoli della Rinascente, che faceva bella mostra di sè al piano terra dell’ala più recente di via S. Redegonda, il pensiero mi corse ai bimbi che non hanno nulla (e senza andare geograficamente troppo lontano).

Questo disagio – cresciuto sempre più – mi ha generato e mi genera un senso di malinconia che avvolge come una coperta troppo pesante, che pesa sul cuore.

Io detesto questo tipo di natale. Detesto questo voler assolutamente essere felici, a qualsiasi costo.

Per me il Natale non è questo. Non è cenoni pantagruelici. Non è regali inutili. Non è luminarie accecanti. Non è buonismo spinto all’eccesso. Non è superficialità zuccherosa.

Per me il Natale è aiutare il prossimo come meglio si può, sempre (tutti i giorni dell’anno). E’ regalare qualcosa di utile. E’ sobrietà e contenuti. E’ essere buoni dentro, sempre, senza negare i momenti “no”. E’ profondità di sentimenti reali.

Il Natale non si vive un solo giorno. Il Natale dovrebbe essere vissuto tutti i giorni.

So che può sembrare una frase scontata, ma forse è arrivato il momento di rifletterci seriamente, anzichè sbronzarci di inutilità.

Sicuramente ogni tanto fa bene distrarsi: serve per fuggire un momento dalle sempre più grandi difficoltà quotidiane. Ma, secondo me, va recuperato il senso delle cose. Il vero significato delle cose.

Non so, il Natale come lo viviamo noi a me non piace più.

Immagine tratta dal sito http://www.genitronsviluppo. com

Mente, cuore e pancia

head-vs-heart

Quando rifletto sulla emotività e sulla mie reazioni alle sollecitazioni che arrivano dall’esterno, a posteriori – osservando – ho notato che sono sostanzialmente tre le zone fisiche dove risiedono le (mie) emozioni:

  • mente
  • cuore
  • pancia

in ordine anatomico, dall’alto verso il basso.

Mi piace pensare al cuore come alla zona dove risiedono i sentimenti come l’amore, la generosità e l’affetto; alla mente come ad un vero e proprio Data Center, dove risiede la logica e la analiticità (dove tutto deve passare per essere filtrato ed essere emesso verso il mondo esterno, in determinate condizioni); alla pancia come al luogo dove sorgono e risiedono i sentimenti e le sensazioni più viscerali (le grandi passioni, le portentose arrabbiature, le reazioni inconsulte che sorgono ad una velocità formidabile).

Nella mia quotidianità spesso mi accorgo di questi sommovimenti emotivi ed intellettivi e, a posteriori, analizzo le dinamiche tentando di comprenderne i percorsi per cercare di individuarli ad un livello sempre più profondo in modo da gestirli e conoscerli (conoscermi) sempre più approfonditamente.

Ritengo importante conoscere la natura e la sede delle nostre emozioni: sono un mondo affascinante e che ci dice molto su noi stessi, al di là di qualsiasi concetto codificato.

Per quanto mi riguarda so che, in occasioni professionali, devo essere in grado di gestire il cuore e la pancia e dare la “consolle” di comando alla mente; in questo modo mi è possibile analizzare e valutare oggettivamente le situazioni ambientali per muovermi nel modo più opportuno.

Questo non è più valido nei sentimenti, dove il cuore (capace di esprimere grandi sentimenti) deve prendere il sopravvento. E’ lui, in queste situazioni, che deve guidare la danza. E’ di lui che mi devo fidare, mettendo a tacere la mente che potrebbe soverchiare i sentimenti con una fredda analisi delle variabili ambientali.

La pancia è quella che mi affascina di più: è il luogo dove risiedono le emozioni più viscerali e che entra in funzione quando l’istinto prende il sopravvento, quando le emozioni si fanno molto forti e le passioni esplodono. Saltano tutti i controlli e si “scende” ad un livello più animale. Lei, la pancia, non deve intervenire (non deve prendere il comando) in situazioni professionali, ma deve comunque essere ascoltata per i segnali che fornisce; quelle famose “sensazioni di pancia” che – difficilmente – sbagliano.

E’ un meraviglioso universo emotivo il nostro: da conoscere, da scoprire e da ascoltare con la massima attenzione.

Noi siamo fondamentalmente animali (la specie dominante in questa era) e dobbiamo essere in grado di recuperare quel lato animale di noi, imparando ad utilizzarlo ed alleandolo con la mente (mezzo molto-molto potente e sofisticato al nostro servizio).