La comunicazione di Apple

Ieri sera – sulla strada verso casa – con un occhio (e le due orecchie) ho seguito la presentazione di Apple.
Non entro nel merito della specificità dei prodotti (sempre più performanti), ma – ad evento terminato – mi sono fatta alcune considerazioni.

La cosa che mi ha colpito – e di cui mi sono resa conto ad evento concluso – è la percezione di essere stata in una realtà parallela per tutta la durata dell’evento (pur essendo in movimento, coi mezzi pubblici).
Anche se guardavo sullo schermo di uno smartphone (quindi piccolo), il coinvolgimento è stato alto. E questo è un dettaglio non trascurabile.
Apple dai tempi della pandemia ha cambiato le modalità di presentazione dei suoi prodotti, utilizzando la sede di Cupertino come base, scenario e filo conduttore: ti porta altrove con una sapiente regia fatta di orizzontalità delle riprese, simmetrie, inquadrature curatissime e architettonicamente (e graficamente) perfette.
Con colori, luci… oggetto di grande attenzione.
Un lavoro di ricerca e preparazione che – secondo me – fa ancora scuola. Per il suo minimalismo e la sua essenzialità che sono lusso.
(Steve Jobs ha rivoluzionato il modo di fare public speaking, di vendere una idea/un prodotto, di costruire le presentazioni con la tecnologia di allora. L’impronta e la ricerca sono rimaste con la tecnologia di adesso.)

Chiaramente non tutti siamo Apple e pochissimi credo abbiano una capacità tecnologica come quella che Apple utilizza per i suoi eventi, ma credo che guardare le loro presentazioni sia sempre una fonte di spunti interessanti.
Guardarla – prima – come spettatore, lasciandosi coinvolgere da un punto di vista sensoriale, e – poi – da un punto di vista tecnico, allenandosi ad osservare e capire cose viene detto e come viene detto, è sempre un’occasione interessante.
E chissà che avvalendosi di supporti tecnologici sempre più avanzati, e di facile utilizzo, che ci portiamo in tasca (ieri sera ascoltando i dettagli tecnologici dei nuovi dispositivi mi è tornata in mente l’affermazioni di diversi anni fa per cui “abbiamo in tasca dei supercomputer”) non si traggano idee utili da trasferire (e modellare) su di sé e sugli argomenti che trattiamo.

[La foto in evidenza è di Jessy Smith su Unsplash]

Slide sì, slide no…

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In questi giorni ho partecipato ad un paio di videochiamate dedicate al public speaking e al mentoring.
Il pubblico era costituito da donne facenti parte di una Academy di formazione interamente al femminile, provenienti da diverse parti d’Italia e collegate via Zoom.

L’obiettivo di questi incontri virtuali era trasmettere alcune prime informazioni e alcuni primi suggerimenti per un buon public speaking e per un fare del buon mentoring.
Ed il mio personale dubbio, fino a qualche giorno prima, è stato se usare delle slide o meno. Pensando su quale fosse il miglior modo per condurre questi incontri online.

Alla fine ho optato per delle “chiacchierate” gestite passo-passo, avendo in mente una traccia dei contenuti che volevo trasmettere, ma lasciando spazio a chi era collegato per chiedere chiarimenti e/o condividere riflessioni.

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Questi episodi mi hanno fatto prendere coscienza che negli ultimi tempi i miei discorsi sono sempre stati supportati da slide (strutturate secondo immagini corredate di poche scritte – su SlideShare sono caricate alcune presentazioni fatte).
Che col tempo sono diventate uno strumento per me fondamentale, per tenere traccia della struttura del discorso e per sostenere il contenuto raccontato con immagini a supporto e suggestione di chi assiste e ascolta.

Questo mi ha fatto tornare in mente due Talk, condotti senza slide: quello di Susan Cain e quello – molto più recente (TED2018) – di Jaron Lanier.
Sono due dei tanti che sono visionabili sul sito di TED, ma che mi sono cari perché uno parla degli introversi (il libro Quiet di Susan Cain è uno dei miei preferiti in assoluto) ed uno l’ho scoperto perché ne ho scritto una breve introduzione per l’evento che TEDxTorino ha realizzato per lo streaming di TED2018 (scoprendo anche chi è Jaron Lanier, a me totalmente sconosciuto fino a non molto tempo fa).
Due contributi dove tutto il contenuto è “a carico” dello speaker che con la sola sua presenza, l’utilizzo della linguistica, il contenuto in sé e la sua unicità (come individuo e personalità) è in grado di coinvolgere il pubblico (Lanier fa un passo in più, controintuitivo: conduce il Talk da seduto).

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Susan Cain – ©TED

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Jaron Lanier speaks at TED2018 – The Age of Amazement, April 10 – 14, 2018, Vancouver, BC, Canada. Photo: Bret Hartman / TED

Ho anche vissuto l’esperienza di affiancare la preparazione di due Talk per TEDxTorino: quello di Maureen Fan e quello di Bali Lawal.
Due talk che hanno trattato argomenti totalmente differenti (uno sulla Realtà Virtuale come strumento utile a generare empatia, ed uno su un progetto di moda condiviso), con due delivery completamente diverse.
E se uno (quello di Maureen Fan) era fortemente supportato da immagini a riprodurre una realtà immersiva, sul secondo abbiamo optato per la forza della storia e della idea (visione) della speaker, lasciando solo alla fine lo spazio per un video.

Quindi le slide sono necessarie?
No, non sempre.

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Ricordo di avere letto tempo fa una riflessione sulla possibilità/sfida di eliminarle gradualmente per lasciare spazio – e dare forza – alle parole (al loro potere evocativo) e all’oratore che le pronuncia.
Recuperando l’antica tradizione orale della trasmissione della conoscenza e del sapere.
(Jeff Bezos da tempo ha abolito le presentazioni in Power Point dalle riunioni: Le presentazioni in Powerpoint ignorano l’interconnessione delle idee.)

Esistono tanti prop utilizzabili per varie occasioni.
Io stessa in passato ho usato fogli, post-it, libri, una scatola piena di vecchi cellulari…
E mi rendo conto che col tempo le slide sono diventate una sorta di copertina di Linus (le ho usate ancora – recentemente – in uno speech aziendale di un’ora e col senno di poi mi rendo conto che forse erano un po’ troppe, irrigidendo la struttura dell’intervento, rendendo poco agile la gestione in momenti di condivisione con l’audience che stimolavo per coinvolgere ed invitare a riflettere).

Così nelle recenti videochiamate ho preferito parlare a braccio, “guardandosi in faccia”, ascoltando le partecipanti, raccontando e condividendo passo-passo, in un dialogo continuo.
In questo contesto le slide sarebbero state una ulteriore barriera, un filtro aggiuntivo a quello già presente del video (che bisogna prendere in considerazione). Un qualcosa di non necessario che – se utilizzato – avrebbe appesantito la comunicazione, rendendo l’audience ancor più passiva. Dando rigidezza all’incontro e obbligando ad una prima fase di solo ascolto, con una sessione successiva dedicata alle domande.

In sintesi non esiste la ricetta perfetta.
Come sempre tante sono le variabili da considerare per confezionare e condividere il nostro contenuto davanti ad un pubblico.

[Ad eccezione delle immagini di TED – con didascalia – le altre immagini del post sono tratte da Pexels]