Comunicare in pubblico

Ieri ho terminato il corso “Comunicare in pubblico straordinariamente”, con Extraordinary.

Trainer del corso Claudio Belotti (affiancato da Patrizia Belotti), che con la consueta bravura, professionalità, grinta e sensibilità, ci ha accompagnato attraverso i trucchi del mestiere per imparare ad essere degli ottimi comunicatori, aiutandoci ad individuare il nostro stile personale, che ci contraddistingue.

Cosa posso dire, senza svelare i contenuti del corso, che merita di essere seguito e – soprattutto – vissuto?

Ho a lungo evitato il corso, accampando le scuse più assurde, banali e bislacche.

Ma quello che io evitavo era il confronto con l’audience e la paura di sbagliare.

Eppure ho già vissuto esperienze di “public speaking”, davanti a piccole platee costituite da riunioni di coordinamento, riunioni di cantiere ed illustrazioni di progetto davanti a terzi.

Però l’ansia che mi ha portato sino a ieri ad evitare la frequentazione di questo corso, la dice molto lunga sullo “spessore emotivo” che c’è dietro.

Nonostante la fatica, gli ostacoli emotivi da superare, la concentrazione alta e l’intensità dei contenuti, è un corso che rifarei anche domani (come rifarei anche domani l’altro corso – residenziale – che ho fatto tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre: Extraordinary Me).

Grazie all’alta professionalità di chi ci ha accompagnato alla scoperta delle nostre risorse, grazie all’alto contenuto del corso e degli argomenti trattati, e grazie all’alto livello di quelli che mi piace chiamare “compagni di viaggio” (non semplici compagni di corso, ma persone che hanno la volontà di crescere, migliorarsi ed imparare, aprendo le loro menti ed i loro cuori).

Superate le barriere iniziali, e scaldati i motori, tutti ci siamo messi in gioco e ci siamo esposti ed aperti, imparando ed affinando tecniche, ed imparando a riconoscere ciò che ci rende unici e convincenti (anche quando cadono tutti i pennarelli della lavagna durante la presentazione… come è successo alla sottoscritta durante il round finale…).

Con Claudio (e Patrizia) ed i compagni di viaggio,davanti ad una telecamera, ci siamo messi alla prova, abbiamo raccontato e condiviso tante storie di vita e professionali, e ci siamo scambiati feedback ed indicazioni.

L’impressione che ho portato a casa è che un altro tassello viene messo a posto, che un altra soglia emotiva è in fase di superamento e che il viaggio continua. Un viaggio che difficilmente avrà una fine, scoprendo lungo il percorso sempre cose nuove, in un arricchimento e miglioramento continuo.

Grazie a Claudio, a Patrizia e a Linda (paziente e presente assistente) per l’ottimo lavoro.

[Fonte immagine: Google Images]

Extraordinary Me

Foto scattata da Extraordinary.

Ieri sono tornata da un corso residenziale molto speciale: Extraordinary Me.

Quattro giorni in un bellissimo albergo, di fronte al mare.

Quattro giorni intensi, lontano da tutto e tutti, per fare il punto della situazione su se stessi, su dove si è e su dove si vuole andare.

Quattro giorni durante i quali i problemi quotidiani sono stati tenuti a debita distanza, sono risultati più o meno lontani.

Quattro giorni accompagnati da Claudio Belotti, straordinario mentore e facilitatore, supportato dalla grandissima Patrizia Belotti, dallo straordinario Sebastiano Zanolli e dal bravissimo Fausto Madaschi.

Quattro giorni durante i quali, insieme ad altri eccezionali 13 compagni di viaggio, abbiamo condiviso, abbiamo scoperto e ci siamo emozionati.

Prima di partire mi è successo di tutto. Era come se “qualcosa” facesse di tutto per impedirmi di andare: dicono che quando il fisico dia segnali di somatizzazione, qualcosa dentro di te si stia ribellando e smuovendo. Bene, una settimana prima m’è venuto un raffreddore allucinante (preso durante una calda giornata di crociera sul Brenta, navigando tra le ville venete…) che mi ha letteralmente “piegato come un origami”, costringendomi ad un uso massiccio di aspirine per restare lucida ed operativa.

Un po’ di tempo prima ho iniziato a dare segni di fastidio ed intolleranza alla “crescita personale“, tanto da uscire dal gruppo Extraordinary di Facebook.

Quando è stato il momento di dare delle risposte e di fare un punto della situazione pre-corso, è venuta fuori rabbia, frustazione e profonda insoddisfazione.

Ed oggi, guardandomi indietro, ho compreso che c’era nascosta una paura folle. Di cosa? Non ne ho la più pallida idea!

Perchè oggi, dopo avere vissuto questi 4 giorni veramente incredibili, mi sono guardata indietro e ho visto la assoluta e totale inconsistenza di quello che ho pensato e riflettuto prima di partire.

Ho visto una storia che mi sono raccontata per tanto-tanto tempo e che non ha nessun fondamento.

E’ vero, mettersi in gioco, mettersi a nudo, può farti andare in crisi, crearti un profondo imbarazzo. Soprattutto se sei abituato a vivere un determinato ruolo e questo ruolo ti ha imprigionato.

Invece, mettersi in gioco, mettersi a nudo, può solo farti crescere. Devi fidarti di quello che succederà, perchè non ci sarà nulla di cui avere paura.

Questo ho compreso: 4 giorni guidati da Claudio Belotti (che ha dato anima e cuore), accompagnati affettuosamente da sua moglie Nancy ed accolti calorosamente da Francesca, mi hanno dato modo di rimuovere un bel po’ di sovrastrutture, e di guardare in faccia alle emozioni.

Ho attraversato momenti entusiasmanti, al limite dell’innamoramento, di profonda emozione, di profonda intimità con me stessa e la mia vera natura.

E la cosa più divertente è stata che non ho risposto alla domanda alla quale volevo rispondere assolutamente prima di iniziare il corso.

Ho fatto tutt’altra cosa, ho fatto quello che realmente dovevo fare.

E’ iniziato un nuovo viaggio.

Coaching e Management

Il viaggio con il Coaching Lab continua e venerdì scorso è stata la volta di Patrizia Belotti, che ha tenuto un laboratorio sul sistema dei Valori applicati all’ambiente aziendale.

Avevo già avuto modo di vedere Patrizia in azione e l’avevo trovata molto brava: efficace, vivace e capace di trasmetterti la passione per il Coaching.

Questa lezione è stata una conferma della sua bravura e della sua professionalità, ed è stata anche una importante occasione di ascolto ed apprendimento di come il Management si fonde con il Coaching e come – viceversa – il Coaching può apportare una marcia in più, una performance di qualità, nel Management.

Era esattamente ciò che volevo sentire.

Infatti è molto tempo che mi interessa l’argomento del Management (Project Management e affini): quello che mi ha sempre frenato è stato l’osservare montagne di tabelle e di equazioni complesse che – se le comprendi – aumentano in modo esponenziale la tua autostima; se non le comprendi, sono un deterrente nell’affrontare e assimilare la materia.

Senza contare la personalissima opinione che ho nei confronti delle tabelle e della classificazione spinta: si finisce muovendosi secondo griglie rigidissime, inquadrando tutto in categorie molto precise, senza prendere nelle dovute considerazioni la variabile “essere umano”, difficilmente incasellabile.

Invece ascoltare da chi, come Patrizia, sul campo ha la possibilità di portare la sua esperienza pluriennale nel Coaching in una azienda quotata in borsa, fa la differenza e fornisce molti spunti di riflessione.

Mi ha anche colpito il concetto di multidisciplinarietà. Questa idea a me particolarmente cara, è stato oggetto di mie profonde riflessioni negli ultimi tempi: la mia formazione accademica, unita alle mie esperienze professionali e ai miei interessi personali (compreso il Coaching e la PNL negli ultimi anni), hanno generato non pochi dubbi sul mio passato, presente e futuro.

Spesso, nell’ambiente in cui lavoro, la multidisciplinarietà e la trasversalità della formazione sono visti come un impedimento allo sviluppo professionale e fonte di scarsa credibilità (secondo quanto da me inteso e percepito). Negli ultimi tempi ho pensato che una figura professionale “ibrida” come la mia possa avere difficoltà di ricollocazione e/o di crescita. Il concetto che ho assorbito dall’ambiente circostante è stato: specializzazione. “Fai una cosa e falla bene, sii uno specialista.”

In questo Laboratorio invece il concetto trasmesso è stato diametralmente l’opposto.

Il messaggio importante che è passato è che la formazione dei partecipanti (chi avvocato, chi fisioterapista, chi architetto, ecc. ecc.), riuniti nella stessa aula, deve essere un valore aggiunto da portare nel Coaching e/o il Coaching stesso diventa una qualità distintiva della formazione e professione attuale.

Assume importanza fondamentale la polidisciplinarietà ad evitare la auto-referenzialità, tipica di chi parla sempre dello stesso argomento (nello specifico leggasi Crescita Personale), raccontandosela all’interno di un gruppo che parla sempre degli stessi argomenti, perdendo il contatto con la quotidianità e con quello di interessante che c’è la fuori nel mondo.

Per me questo è stato un messaggio molto importante, che va ad incardinarsi in una riflessione che mi facevo qualche giorno prima e che ho postato sulla bacheca di Facebook:

Devo trovare il filo rosso che lega tutti gli interessi che coltivo sul web… Sembro polverizzata sulla rete, non monotematica, e non so se sono dispersiva oppure se inconsciamente seguo un filo rosso che non vedo a livello conscio (ma che c’è).

La risposta di uno dei miei contatti, Helga Ogliari, illuminante, è stata:

beh al massimo se proprio non trovi il filo puoi giocarti la carta “bottega del Verrocchio

La voglia e la curiosità di interesse in Arte, Architettura, Tecnologia, Coaching, …, è ripartita.

Per diletto, per passione e per arricchimento.

Il lavoro da fare ora è trovare la chiave per rendere il tutto funzionale anche alla crescita professionale, consentendo una progressione ed un miglioramento.

[L’immagine in evidenza è tratta dal sito La dolce vita – ritrae una Wunderkammer (stanza delle meraviglie), molto comune nell’alta borghesia dei secoli passati. Raccoglieva gli oggetti più disparati ed esotici raccolti dal proprietario nei suoi viaggi e rappresentanti i suoi interessi.]