Coraggio

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Stamattina ho letto l’articolo di Massimo Gramellini sulla edizione online de La Stampa.
Il titolo è inequivocabile: “L’anno del coraggio“.
Parla del coraggio più da un punto di vista sociale e del nostro caro e strampalato Paese, però ad un certo punto scarta e passa al concetto di “assunzione di responsabilità“.
Lo trovo un articolo condivisibile: praticamente mi sono trovata in sintonia su ogni singola parola che lui ha scritto.

Ed è partita la riflessione, che mi ha fatto ricordare che la parola “coraggio” me la ritrovo davanti piuttosto spesso negli ultimi giorni.
Una amica – qualche giorno fa – mi ha detto: “Per vendere a volte ci vuole coraggio.”
Ieri sera, mentre guidavo, pensavo ad una serie di azioni da fare di piccola entità che fatico a fare, e mi sono detta: “Barbara, ci vuole un pochino di coraggio per fare le cose!”
Ripenso al video-curriculum di Gheorghe Hordighan (ne parla Ivana Pais nel suo libro “La rete che lavora“): ha avuto il coraggio di esporsi, costruendo un video-curriculum per cercare un nuovo lavoro. Nessuno avrebbe scommesso sulla riuscita di una iniziativa simile: un carpentiere che realizza un video-curriculum per cercarsi un altro lavoro.

Coraggio.

Sono convinta che il coraggio premia.
E sono anche convinta che la parola “coraggio” sarà il filo conduttore di questo 2013 che si avvicina.

Il coraggio di fare determinate scelte.
Il coraggio di prendere determinate decisioni, tanto a lungo rimandate.
Il coraggio di assumersi le proprie responsabilità, smettendo di demandare ad altri.

Coraggio.

Una qualità necessaria per affrontare quello che ci aspetta.
Sia da un punto di vista collettivo, sia da un punto vista (soprattutto) individuale.
Altrimenti si continua a procrastinare, a nascondersi dietro un dito, scappando davanti alle occasioni e alle opportunità che ti si pongono davanti.
Continuando a nascondersi dietro altrettanto nobili parola come “cautela”, “diplomazia”, “concretezza” che celano – in realtà ed in modo subdolo – la fuga davanti alle scelte, alle decisioni e alle responsabilità.

Buon Natale e Buon 2013.

Se c’è una cosa che non vuoi fare, falla…

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…perché spesso dietro si nasconde qualcosa di molto interessante dal quale stai fuggendo.

Per anni il mio mantra è stato: “Nel dubbio, non farlo.”
Da un po’ di tempo si è trasformato in: “Nel dubbio, fallo.”

E così è stato anche stavolta.
Anche se la cosa da fare era relativamente semplice, farla mi è costata parecchia fatica (all’inizio, nella fase di “attrito di primo distacco”): quest’anno ho deciso di fare 15 giorni di vacanza da sola, secondo i miei ritmi, con i miei libri e le mie riflessioni, e soprattutto con me stessa.

So che per qualcuno può sembrare di una banalità disarmante, ma per me non lo è stato.

Volevo farlo, agognavo farlo, e avevo l’obiettivo di mettere a posto un po’ di cose, di cercare di capire cosa voglio fare della mia vita.
Volevo pianificare.

Fino all’ultimo ho avuto ripensamenti, sempre lì-lì per fare il biglietto del treno per raggiungere i miei genitori e passare quindici giorni con loro in Puglia.
Ho resistito, sono rimasta focalizzata sull’obiettivo e sulla necessità di stare un po’ da sola, lontano da tutto e da tutti.
Mi sono concentrata sul fatto che la sola idea di trovarmi in un luogo incasinato, affollato e accaldato mi faceva venire l’orticaria.
Mi sono concentrata sulle inevitabili collisioni da scontro generazionale che avrei avuto coi miei, stando a stretto contatto per 15 giorni.
Avevo bisogno di staccare e per rinforzare la decisione ho riportato alla memoria il disagio, e la stanchezza dell’anno che mi facevano desiderare 15 giorni di solitudine e tranquillità.
Da trascorrere in un posto vicino, tranquillo ed educato.

Così sono partita armata di libri, bloc-notes e altro materiale.
Volevo “lavorare” su me stessa, pianificando (soprattuto mettendo per iscritto) idee, obiettivi.

È stato un successo.

Ho potuto confermar(mi) – se mai ce ne fosse stato bisogno – che stare con sé stessi, seguendo i propri ritmi, facendo ciò che si ritiene più consono e avendo tutto il tempo a disposizione per riflettere, può essere una occasione molto importante per imparare a conoscersi ancora un po’ di più.

Sì, ci sono stati momenti di riflessione intensi e turbolenti.
Ma ci sono stati anche momenti di lettura, di camminate (per scaricare la tensione), di silenzio fisico e mentale.
Non ho fatto esattamente quello che volevo fare, ma forse ho fatto qualcosa di più importante.
Assecondando gli stimoli mentali, ho fatto un punto della situazione in modo anomalo: senza scrivere sul bloc-notes, ma solo ragionando. Facendo scorrere i pensieri in assoluta libertà, lasciando che si aggregassero (secondo il giusto momento) in nuove forme e nuove concatenazioni.
Ho preso atto di nuove consapevolezze (a volte scomode, ma necessarie) e ho consolidato alcune certezze (oltre ad avere sdoganato caratteristiche che vedevo come handicap).

Sì, penso che ognuno di noi debba ogni tanto stare da solo con sé stesso (se può).
È utile per re-imparare ad ascoltarsi.
Anche se questo può essere faticoso e fastidioso.
Ma una volta che hai iniziato, non riesci più a smettere e – quando rientri – pensi già a quando ritagliarti ancora un’altra occasione per riprendere il discorso e approfondirlo.

Sono momenti di consapevolezza, e di messa a fuoco, che ti permettono di ripartire con maggiore lena e maggiore convinzione. Verso un “nuovo anno”.