Il discorso di Arnold Schwarzenegger

Sta facendo parlare molto di sé.
Mi riferisco al discorso di Arnold Schwarzenegger.

E dopo una mia personale iniziale perplessità, qualche riflessione l’ho fatta.

Confesso che quando me lo hanno segnalato, ho nutrito qualche “pregiudizio anticipatorio” (complice qualche mio bias sul tema).
Che però è scomparso ascoltandolo.

Infatti se da un lato ho constatato un utilizzo di modi misurati (mi riferisco al tono della voce, al ritmo e alle pause: alla modalità espressiva), dall’altro il contenuto è tosto, “non mandandogliele a dire” al Presidente uscente (rappresentante – tra l’altro – del suo stesso partito: infatti Arnold Schwarzenegger appartiene al Partito Repubblicano).

Forte è il rimando alla nefasta “Notte dei Cristalli” e agli spettri che risveglia (Schwarzenegger è austriaco naturalizzato americano).

Intelligente è l’uso del “Democracy First” con un chiaro rimando al motto di Trump “America First”.

L’uso della spada di Conan può far sorridere (in gergo tecnico è un “prop” [un oggetto di scena utilizzato a supporto della propria argomentazione], e non è l’unico presente nel video), ma fa parte della sua storia e diventa strumento e metafora della tempra. Efficace e incoraggiante in chi lo ascolta.
Spada/tempra che è anche una metafora della (sua) vita.

Il video può piacere o non piacere.
Lui può piacere o non piacere.
A mio avviso va però ascoltato e studiato, tenendo a mente il pubblico a cui si rivolge.

Tenendo anche a mente quello che Schwarzenegger rappresenta.

Una icona della cinematografia popolare, con una storia interessante alle spalle: immigrato, è stato culturista prima (Mister Universo, se non sbaglio, la cui traccia si rivela nella foto alle sue spalle, affiancata alle due bandiere americana e dello stato della California), attore poi (anche con ironia) e infine Governatore della California.
Appartenente al Partito Repubblicano e sposato (fino al 2017) con Maria Shriver Kennedy (il cui nome appartiene alla storia americana).

Un percorso (ed una figura) che stupisce per la sua eterogeneità e che – sicuramente – ha presa sull’immaginario collettivo.
Rappresentando esso stesso una concretizzazione del Sogno Americano.

Il testo tradotto è stato pubblicato sul sito Per La Retorica a questo link: Schwarzenegger, Arnold, “Il presidente Trump è un leader fallito”

[La foto in evidenza è tratta dal sito Cinematographe.it]

Usare i (propri) punti di debolezza per imparare

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Torno online sul blog dopo una pausa di riflessione che coincide con la chiusura di un incarico che mi sta lasciando un inaspettato e ricco bagaglio di esperienza che sta contribuendo a smontare delle personali convinzioni limitanti. E che mi sta facendo acquisire quel “coraggio propositivo” per me impensabile fino a non molto tempo fa (e parlo di settimane, non mesi o anni).

Per ora mi destreggio tra stati di ansia, altri di entusiasmo, altri di profonda perplessità (“sarà vero?!”, “dove sta l’inghippo?!”, mi scopro a domandarmi sovente), avanzando passo-passo, testando su me stessa la riuscita o meno delle piccole azioni che sto facendo.
Contando quotidianamente – con stupore crescente – i giorni di anzianità di alcune idee nate qualche settimana fa (reduce da precedenti “epifanie” che facevano sorgere idee come pop-up che franavano rovinosamente dopo 48 ore).

E proprio di recente ho affrontato una piccola e grande sfida (per me): dare il mio contributo durante un transition meeting all’interno dell’esperienza Toastmasters.
(Il transition meeting è un passaggio di consegne tra officer – soci con ruoli – uscenti ed entranti, per condividere esperienze e informazioni utili.)

Dove stava la piccola (e grande) sfida?
Non stava tanto nel cosa dovevo dire (spiegare cosa è un club visit report), ma quanto nel come dirlo: in inglese, tenendo un webinar di 15 minuti via GoToMeeting.

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Sorvolo sulla preparazione di slide e contenuti, cercando di conciliarli con il tempo a disposizione.
Taccio sulle prove a braccio, durante le quali mi registravo e poi mi riascoltavo, preoccupata del mio inglese un po’ naïf e della moltitudine di incertezze.
Pensando alla diretta web.

Diretta che è stata messa alla prova dal sorgere di problemi tecnici durante la mia sessione (l’audio è saltato), che è stata interrotta ed è stata ripresa in un secondo momento (in una rapida staffetta tra relatori coinvolti).
Successivamente (in fase di editazione) il mio intervento è stato cucito per creare una sessione continua, ed è stato caricato su You Tube insieme agli altri contributi.

E fin qui tutto bene.

Quello che invece non mi ha soddisfatto è stata la mia performance: al riascoltarmi ho notato tutte le incertezze nell’inglese, i commenti off topic, e altre cose che non mi sono piaciute.

E la “Barbara giudicante” ha fatto sentire il suo parere.

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In tanti mi dicono che “mi prendo troppo sul serio”, “uso il bazooka per sparare ad un moscerino” (è la mia preferita), “sono troppo critica con me stessa”, ecc ecc. Tutte osservazioni che condivido e sulle quali lavoro alacremente per smussare, tollerare, accettare…

Ma proprio oggi pensavo anche che una convivenza con questo spirito critico ed esigente, è possibile e può tornare utile.
Per fare sempre meglio, alzando gradualmente e costantemente l’asticella.
Senza entrare in loop punitivi e auto-sabotanti.
Muovendosi lungo la linea di demarcazione del doppio significato della affermazione “puoi fare di più”:

  • ok, va bene, e puoi fare meglio (più propositivo)
  • non va bene, fai meglio (più tranchant)

Success ladder

E così sabato mi sono messa di buzzo buono e ho rifatto la registrazione.
Sempre in inglese e sempre a braccio (quindi con tutte le imperfezioni del caso, ma decidendo scientemente di non preparare un testo scritto).

Ascoltando l’insoddisfazione, usandola come stimolo per rifare (al meglio delle mie possibilità).
Trovandomi davanti anche alla necessità di usare un programma per registrare il nuovo video e cogliendo l’occasione per imparare qualcosa di nuovo (ho scoperto Camtasia e non si contano le versioni di prova che ho registrato e regolarmente cestinato).

Ed è stato inevitabile per me ricordare il vecchio adagio “sbagliando si impara”.

Il risultato è una “extended version” che apre una finestra su uno dei compiti che gli Area Director hanno nel corso del loro mandato.

Sono soddisfatta del risultato?
Pur non essendo perfetto, sì.

Perché?
Perché è frutto di una personale ricerca.
Perché ho cercato di fare il meglio possibile.
Perché ho imparato cose nuove.

Si poteva fare meglio?
Sì, sicuramente.
Ma di questo piccolo risultato mi piace l’autenticità e la ricerca che c’è stata per produrre un risultato.
Su cui costruire qualcosa di migliore, alla prossima occasione.

[Immagini tratte da Google Immagini]