Decameron 4.0

Durante l’ultimo meeting (online) del Milan-Easy Toastmasters Club ho tenuto un breve discorso del nuovo percorso educativo Pathways.
E’ stata una buona occasione per condividere (e/o perseguire) due obiettivi.

Il primo relativo alla modalità di comunicazione (comunicazione in video, che tanta importanza ha assunto improvvisamente a causa della pandemia Covid19), il secondo relativo a cosa condividiamo e raccontiamo in questi giorni di isolamento sui social network.
(La qualità del video è bassa perché ricavato dalla registrazione del meeting via Zoom)

Di seguito il testo del discorso, disponibile in formato pdf qui:

Una nota esplicativa

I colori usati per evidenziare la varie parti del discorso, mi sono tornati utili per avere una memoria visiva dei vari passaggi.
Non sono necessariamente un rimando agli argomenti trattati in diversi punti del testo (non ci sono collegamenti univoci tra argomento e colore), bensì si tratta di una semplice individuazione dei vari “pezzi” di cui è composto.

Chi mi conosce sa che peroro la manualità nella preparazione dei propri discorsi (scrittura a mano, disegni, schemi, matite e pennarelli…).
In questo caso mi sono trovata a scrivere velocemente il testo al computer (dopo diversi giorni di ruminamento su “di cosa parlo?”) e a lavorarlo successivamente, cercando un modo che aiutasse la mia memoria visiva a ricordare i vari passaggi in una sequenza di colori riconoscibile anche a colpo d’occhio.

Un discorso da competizione

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© Toastmasters International

Si è appena conclusa a Chicago la Convention di Toastmasters International dedicata ai campionati mondiali di public speaking (“World Championship of Public Speaking®”).

Per la prima volta nella storia il podio è stato interamente al femminile:

Prima classificata – Ramona J. Smith con “Still standing”

Seconda classificata – Zifang Su (un estratto del suo speech: “Turn Around“)

Terza classificata – Anita Fain Taylor (un estratto del suo speech: It Is What It Is, It Ain’t What It Ain’t.)

Difficile (e non privo di un pizzico di presunzione) voler fare una valutazione dello discorso vincitore perché, quando si arriva a quei livelli, chi assiste ha solo da imparare.

Infatti accedere alla finale mondiale del campionato (e vincerla) significa avere superato un numero elevato di gare, sfidandosi con speaker via-via sempre più bravi (si parte dalle gare nel proprio club di appartenenza, per poi passare a quelle di Area, di Divisione e – successivamente – di Distretto, dopodiché si devono superare le semifinali e accedere alle finali; come se fossero – geograficamente parlando – gare locali, poi regionali, poi nazionali, poi europee ed infine mondiali).

Continuando – tra una gara e l’altra – ad affinare la propria performance attraverso feedback continui e l’appoggio di mentori di alto livello.

Come una gara sportiva, né più né meno.

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© Toastmasters International

Però in questo post mi diletto ugualmente a fare qualche considerazione sullo speech di Ramona J. Smith, ad uso di chi non conosce Toastmasters e di chi è incuriosito dal public speaking.

E lo faccio dopo averlo riguardato per la seconda volta.

Perché al primo “giro” (a caldo) non mi aveva convinto (più avanti spiegherò il perché). Invece rivedendolo l’ho studiato un po’ e l’ho apprezzato di più.

Focalizzandomi – da brava Toastmasterssulla performance in sé. Escludendo il contenuto (semplice, di facile comprensione e di facile presa sull’audience… e qui giace uno dei motivi della mia iniziale perplessità).

Contenuto che in genere non si prende in considerazione perché facile preda di valutazioni e percezioni soggettive che possono inficiare un contributo volto al miglioramento, quale un feedback è.

Vado ad analizzare.

Performance: molto dinamica ed energetica.

La metafora dell’incontro di pugilato aiuta, dando un ritmo ginnico allo speech.

Ed il ritmo ginnico aiuta a coprire l’intera area del palco.

Infatti è fondamentale (sempre!) considerare le dimensioni del palco e della platea: più sono ampi, più devono essere ampi i movimenti del nostro corpo e ampia la nostra “speaking area”. E’ per questo che quando si tiene un discorso è importante fare un sopralluogo preventivo, facendo possibilmente delle prove, per prendere confidenza con l’ambiente (anche da un punto di vista dimensionale).

Uso delle “ancore spaziali”: sembra un termine mutuato da un Manga, ma questa terminologia significa il “posizionare nello spazio dei contenuti”. Dare loro una collocazione precisa durante la narrazione.

Durante lo speech, Ramona racconta di tre episodi che ha vissuto e li colloca in precisi punti del palco, tornandoci fisicamente ogni volta che li menziona, senza alcuna sbavatura e nessuna incertezza.

Si tratta di una tecnica oratoria che aiuta a tenere alta l’attenzione del pubblico, costruendo nel contempo una timeline che dia consistenza alla narrazione. Se non si è sicuri di saperla gestire, meglio non utilizzarla (personalmente credo di non averla usata quasi mai in questo modo, la uso spesso aiutandomi con le mani e collocando oggetti e concetti nello spazio).

E visto che ho menzionato i tre episodi, ecco la regola del tre.

Una specie di regola aurea che suggerisce di strutturare i propri discorsi secondo tre punti: tre episodi, tre concetti… La stessa struttura base di un discorso è composta di tre parti: apertura – corpo – chiusura.

Da dove viene questa regola?

Uno dei primi ad utilizzarla è stato Steve Jobs nel famosissimo Keynote speech di presentazione dell’iPhone. E da allora la “regola del tre” è entrata di prepotenza nelle leggi che reggono il public speaking.

Titolo: “Still standing” viene ripetuto più volte a scandire il ritmo, a dare il passo alla storia. A fissarsi nella memoria di chi ascolta (grazie anche ad un altro fattore chiave: la sua brevità).

Un altro fattore interessante è l’ammiccamento verso l’audience: un gioco che tiene alto il coinvolgimento del pubblico, rendendolo partecipe e annullando la distanza oratore-pubblico.

(A mio avviso un po’ “fuori luogo” la parte cantata; un azzardo che comunque rompe lo schema, introduce una novità nel ritmo e vivacizza [infatti il pubblico risponde].)

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© Toastmasters International

Il contenuto: e qui arrivo al punto di perplessità.

Perché? Perché il contenuto, la storia che viene raccontata, non brilla sicuramente per originalità e – come giustamente altri colleghi Toastmasters mi hanno fatto notare – non trasmette particolari emozioni.

Tanti discorsi hanno per oggetto storie simili: sono speech che ricadono nelle categorie “emozionale” e “ispirazionale” (obbedendo alla legge del “racconta una storia di vita vissuta da cui trarre una morale e che sia di ispirazione in chi ascolta”).

Poi però ho riflettuto sulla sua semplicità e “ovvietà”: è un discorso facile da seguire, linguisticamente e concettualmente comprensibile da molti (non dimentichiamo che in questo caso il pubblico proviene da ogni parte del mondo e non è previsto un servizio di traduzione simultanea). Semplicemente fluisce.

E la sua semplicità favorisce una gestione migliore della performance (che è quella che viene sostanzialmente valutata: struttura del discorso, vocal variety, linguaggio del corpo, uso corretto del linguaggio, comprensibilità da parte del pubblico…)

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“Share your life” – Cathey Armillas a TEDxHickory (da YouTube)

Tutto questo mi ha fatto ricordare un interessante articolo scritto tempo fa da Cathey Armillas, Accredited Speaker di TMI e Speaker Coach per TEDx, che – evidenziando le differenze tra Talk di TED e Speech di Toastmasters in una tabella molto ben fatta – sottolineava della performance di quest’ultimo, fortemente orientata alla tecnica.

D’altronde Toastmasters viene definito anche come la “palestra del public speaking”: si è strutturati in meeting periodici, nei quali ci si trova per allenarsi a parlare in pubblico. Ecco quindi che come in tutte le palestre che si rispettino, si lavora sulla tecnica ricevendo valutazioni sulla propria performance.

Usare i (propri) punti di debolezza per imparare

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Torno online sul blog dopo una pausa di riflessione che coincide con la chiusura di un incarico che mi sta lasciando un inaspettato e ricco bagaglio di esperienza che sta contribuendo a smontare delle personali convinzioni limitanti. E che mi sta facendo acquisire quel “coraggio propositivo” per me impensabile fino a non molto tempo fa (e parlo di settimane, non mesi o anni).

Per ora mi destreggio tra stati di ansia, altri di entusiasmo, altri di profonda perplessità (“sarà vero?!”, “dove sta l’inghippo?!”, mi scopro a domandarmi sovente), avanzando passo-passo, testando su me stessa la riuscita o meno delle piccole azioni che sto facendo.
Contando quotidianamente – con stupore crescente – i giorni di anzianità di alcune idee nate qualche settimana fa (reduce da precedenti “epifanie” che facevano sorgere idee come pop-up che franavano rovinosamente dopo 48 ore).

E proprio di recente ho affrontato una piccola e grande sfida (per me): dare il mio contributo durante un transition meeting all’interno dell’esperienza Toastmasters.
(Il transition meeting è un passaggio di consegne tra officer – soci con ruoli – uscenti ed entranti, per condividere esperienze e informazioni utili.)

Dove stava la piccola (e grande) sfida?
Non stava tanto nel cosa dovevo dire (spiegare cosa è un club visit report), ma quanto nel come dirlo: in inglese, tenendo un webinar di 15 minuti via GoToMeeting.

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Sorvolo sulla preparazione di slide e contenuti, cercando di conciliarli con il tempo a disposizione.
Taccio sulle prove a braccio, durante le quali mi registravo e poi mi riascoltavo, preoccupata del mio inglese un po’ naïf e della moltitudine di incertezze.
Pensando alla diretta web.

Diretta che è stata messa alla prova dal sorgere di problemi tecnici durante la mia sessione (l’audio è saltato), che è stata interrotta ed è stata ripresa in un secondo momento (in una rapida staffetta tra relatori coinvolti).
Successivamente (in fase di editazione) il mio intervento è stato cucito per creare una sessione continua, ed è stato caricato su You Tube insieme agli altri contributi.

E fin qui tutto bene.

Quello che invece non mi ha soddisfatto è stata la mia performance: al riascoltarmi ho notato tutte le incertezze nell’inglese, i commenti off topic, e altre cose che non mi sono piaciute.

E la “Barbara giudicante” ha fatto sentire il suo parere.

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In tanti mi dicono che “mi prendo troppo sul serio”, “uso il bazooka per sparare ad un moscerino” (è la mia preferita), “sono troppo critica con me stessa”, ecc ecc. Tutte osservazioni che condivido e sulle quali lavoro alacremente per smussare, tollerare, accettare…

Ma proprio oggi pensavo anche che una convivenza con questo spirito critico ed esigente, è possibile e può tornare utile.
Per fare sempre meglio, alzando gradualmente e costantemente l’asticella.
Senza entrare in loop punitivi e auto-sabotanti.
Muovendosi lungo la linea di demarcazione del doppio significato della affermazione “puoi fare di più”:

  • ok, va bene, e puoi fare meglio (più propositivo)
  • non va bene, fai meglio (più tranchant)

Success ladder

E così sabato mi sono messa di buzzo buono e ho rifatto la registrazione.
Sempre in inglese e sempre a braccio (quindi con tutte le imperfezioni del caso, ma decidendo scientemente di non preparare un testo scritto).

Ascoltando l’insoddisfazione, usandola come stimolo per rifare (al meglio delle mie possibilità).
Trovandomi davanti anche alla necessità di usare un programma per registrare il nuovo video e cogliendo l’occasione per imparare qualcosa di nuovo (ho scoperto Camtasia e non si contano le versioni di prova che ho registrato e regolarmente cestinato).

Ed è stato inevitabile per me ricordare il vecchio adagio “sbagliando si impara”.

Il risultato è una “extended version” che apre una finestra su uno dei compiti che gli Area Director hanno nel corso del loro mandato.

Sono soddisfatta del risultato?
Pur non essendo perfetto, sì.

Perché?
Perché è frutto di una personale ricerca.
Perché ho cercato di fare il meglio possibile.
Perché ho imparato cose nuove.

Si poteva fare meglio?
Sì, sicuramente.
Ma di questo piccolo risultato mi piace l’autenticità e la ricerca che c’è stata per produrre un risultato.
Su cui costruire qualcosa di migliore, alla prossima occasione.

[Immagini tratte da Google Immagini]