Avere cura del proprio capitale

Avere cura del proprio capitale.
Questo pensavo questa mattina, dopo un sopralluogo dei muratori nel condominio in cui abito (sopralluogo per piccole opere di manutenzione.)

Un pensiero che – nel contesto – può apparire per certi aspetti un po’ stravagante, ma che credo abbia un senso.

Soprattutto se per “capitale” non si intende solo l’accezione monetaria del termine (quanti soldi ho, per intenderci), bensì lo si legge in modo più ampio (Treccani ne dà un significato abbastanza esteso a questo link).

Ed è a questo significato a cui pensavo:

  • capitale di competenze;
  • capitale di conoscenza;
  • capitale di beni immobili;
  • capitale finanziario (piccolo o grande che sia);
  • capitale fisico.

E avere cura del proprio capitale significa anche (direttamente o indirettamente) farlo fruttare.

Che non significa “faccio lavorare i soldi per me” (concetto parecchio ascoltato in tempi recenti, anche a supporto di business talvolta non chiari e/o che nascondono – nel peggiore dei casi – forme di speculazione di cui ne godono i frutti solo alcuni).
Bensì significa dargli valore attraverso operazioni di cura.

Una valorizzazione che passa attraverso attenzione, informazione, osservazione e valutazione.
Con ponderatezza.
Con oculatezza (intesa come “oculatus ” – fornito di occhi – ossia fondato su una visione diretta).

Avere cura del proprio capitale (intellettuale, fisico, di beni mobili ed immobili) credo sia la strada migliore per salvaguardare ciò che si ha, crescere alla giusta velocità e delle giuste dimensioni.
Ed è un mestiere – questo – che richiede presenza e capacità.
Capacità che si possono tranquillamente acquisire.
Presenza che comporta scegliere su cosa direzionare la propria attenzione e dove investire le proprie energie.

[Foto di Towfiqu barbhuiya su Unsplash]

Responsabilità sociale e responsabilità individuale

Venerdì ho avuto la fortuna di fare la prima dose del vaccino Pfizer (ho perso per un soffio il monodose Janssen [Johnson&Johnson] per esaurimento scorte).
Confesso che nutrivo qualche timore verso l’AstraZeneca, ma avrei fatto qualsiasi vaccino mi fosse stato proposto, ve lo posso garantire.

Pfizer-BioNTech, forse uno dei vaccini più all’avanguardia, mai concepito sino ad oggi.
(Qui un articolo di gennaio del Il Post: Come funziona il vaccino di Pfizer-BioNTech)

Che impiega una tecnologia (mRNA = RNA messaggero) allo studio da 20 anni (non da ieri) e impiegata – se non erro – per la cura dell’AIDS e ora (grazie a questa applicazione su larga scala) possibile, concreta e futura frontiera per la cura contro il cancro e – addirittura – per la Sclerosi Multipla (qui un articolo sugli studi in corso: La tecnologia mRna per contrastare la sclerosi multipla).

Come funziona?

“[…] La strategia consiste nel fornire alle cellule le informazioni necessarie – sotto forma di mRNA – a costruire la proteina “spike” del virus. Proteina che, una volta assemblata ed espulsa dalla cellula, viene riconosciuta dal sistema immunitario dando vita alla produzione di anticorpi capaci di riconoscere il virus.”
(Da un articolo della Fondazione Umberto Veronesi: Pfizer-BioNTech e Moderna: inizia l’era dei vaccini a mRNA)

Image by rawpixel.com

Davanti ad una tecnologia così avanzata, e dopo un anno durante il quale abbiamo vissuto qualcosa che mai avremmo immaginato di vivere (lo avevamo visto solo nei film di fantascienza), quello che io faccio veramente fatica a capire è il pensiero dei “diffidenti”, alcuni dei quali (in un estremo atto di egoismo e di irresponsabilità verso l’altro [e talvolta di arroganza], forse dettati dalla paura alla base dei processi di negazione e negazionismo) aspettano che siano gli altri a vaccinarsi per non vaccinare loro stessi.
(Lascio da parte le teorie complottiste sulla modifica del DNA e sul 5G per le quali andrebbe fatta una analisi in termini psicologici e cognitivi, con una escursione nell’area dell’asimmetria dell’informazione e dei bias cognitivi.)

Ma tornando alla personale esperienza, andare a fare la prima dose è stato per me un momento di profonda gioia e gratitudine.

Avere una fortuna simile non è da tutti.
(Basti pensare ai Paesi del Terzo/Quarto Mondo o anche semplicemente a quelle fasce sociali più deboli, più geograficamente prossime a noi, che non hanno accesso neanche alle cure base.)

Sono convinta che vaccinarsi per proteggere se stessi e – soprattutto – chi ti sta intorno sia un atto di responsabilità individuale e sociale. A supporto di una visione di condivisione e di inclusione.

Chiudo lasciando qui qualche ulteriore fonte di approfondimento:

[Photo by Spencer Davis on Unsplash]