Ho scritto un libro e ho imparato alcune cose

Alla fine, come avevo “annunciato” in un articolo di qualche tempo fa, ho scritto un libro.

Per la precisione ho scritto il libro (almeno per me).
Perché questo libro è come la chiusura di un cerchio, la fine di un percorso iniziato il 9 febbraio del 2018, che ha visto una catarsi il 28 marzo dello stesso anno, e i cui effetti sono proseguiti ancora per qualche tempo. In forma chiara, prima, in forma più intimista, dopo.

Il libro si intitola “Dare un senso alle cose” e narra di quello che mio padre e me abbiamo vissuto con mia madre dal (appunto) 9 febbraio al 28 marzo (la data in cui lei ci ha lasciato).

È la storia di un lutto, ma anche della successiva fase di elaborazione.
Ed è anche (e forse soprattutto) una storia di umanizzazione delle cure.
Perché è la storia di quello che abbiamo sperimentato “vivendo” per tre settimane in Terapia Intensiva, a fianco di mia madre.

Della vicenda ne avevo già narrato – in una sorta di diario online – sui social (durante la fase più intensa) per poi passare (quando tutto è finito) qui, sul blog, raccontando del dopo.

Oggi, dopo quasi quattro anni, ho preso tutto quel flusso di parole (alcune condivise solo con gli operatori del reparto) e l’ho organizzato in un libro, aggiungendo delle riflessioni a distanza di tempo. Chiedendo ad alcuni degli attori direttamente coinvolti nella vicenda, di scrivere qualcosa.
E così il diario, la storia, di quello che è accaduto si è arricchita delle testimonianze del Dott. Paolo Brioschi (Responsabile della Terapia Intensiva 1 dell’Ospedale Niguarda), della Coordinatrice Infermieristica Isabella Fontana e della psicologa D.ssa Barbara Lissoni (psicologa consulente della Terapia Intensiva).

Nel fare questa operazione di scrittura ho imparato un po’ di cose.
Molto pragmatiche.

Ho imparato (ho avuto conferma) che scrivere per i social (e anche per il blog) è una cosa, scrivere per un libro è tutta un’altra faccenda.
Infatti in prima battuta avevo semplicemente raccolto ed ordinato cronologicamente gli scritti, revisionandoli un po’.

All’atto però della rilettura, mi sono resa conto che alcune parti erano “impresentabili”. Ripetitive, scritte male, scoordinate… Tra loro non dialogavano.
Così ho rivisto, e riletto, più e più volte il testo fino a renderlo organizzato nella sua totalità.

E poi ho imparato che la versione cartacea di un libro non sempre può essere identica alla sua versione in eBook.
Soprattutto se al suo interno ci sono rimandi a fonti, accompagnate da link. (Tanto è stato il personale lavoro di documentazione durante la vicenda, per razionalizzare l’evolversi della situazione, e dopo, per aiutarmi a metabolizzare, ad elaborare.)

Vi è mai capitato di avere in mano una copia cartacea e trovarvi dentro dei link (anche piuttosto lunghi) a siti che – per ovvie ragioni – non vi è possibile cliccare e seguire?
A me sì.

E così – dopo avere caricato la versione digitale su Amazon (sì, ho usato KDP di Amazon autopubblicandomi, ma di questo ne parlo più avanti) – quasi pronta ad autorizzare la versione cartacea (dopo innumerevoli passaggi e controlli sulle bozze), mi sono fermata e ho riorganizzato le note in modo diverso: tolti i link alle fonti (semplicemente citate), si sono estese (diventando esplicative).

E ancora, ho imparato che le pagine bianche sulle copie cartacee (utili a mantenere un certo tipo di impaginazione), nella versione digitale non servono.

Ho imparato questo e molto altro durante il caricamento sulla piattaforma KDP (Kindle Direct Publishing) di Amazon.

Perché sì, ho scelto di autopubblicare.
Perché non avevo tempo per cercare una casa editrice (volevo che il libro uscisse secondo una tempistica precisa).
E (memore di un paio di esperienze che sicuramente non rappresentano l’intero universo editoriale, ma amareggiano assai) non volevo pagare una casa editrice per pubblicare il libro.

Anche perché – e questa è la cosa più importante – l’intero ricavato delle vendite va al progetto di “H for Human” di Wamba Onlus dedicato alla Umanizzazione delle cure in Terapia Intensiva.

Quella umanizzazione (quella umanità) che mio padre ed io abbiamo avuto modo di sperimentare direttamente e che molto ci ha aiutato in quei difficili giorni del 2018.
Che – pur nell’esito nefasto della storia – ha lasciato un buon ricordo delle persone che operano all’interno di quel reparto.

Un progetto (H for Human) importante che merita di essere supportato e ampliato, e di cui vi lascio qui il link per andare a conoscerlo: H FOR HUMAN.

Vi lascio il link al libro: Dare un senso alle cose.
Una piccola testimonianza di una vicenda molto intensa.
Una vicenda tra le tante che accadono in quel luogo.
Una vicenda che racconta di donne e uomini veramente straordinari.

Grazie a chi lo acquisterà, contribuendo al progetto.
Grazie a chi lo condividerà, contribuendo a far camminare questo libro e la storia che porta con sé.

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