Avere cura degli altri

Photo by Anastasiya Lobanovskaya from Pexels

Non so se capita anche a voi di riflettere sulla vostra quotidianità e su cosa lega le azioni ed i progetti che svolgete.
Se vi capita di fermarvi a pensare per cercare di capire.

Ebbene personalmente di fili rossi, nel corso di questi anni, ne ho tessuti e disfati molti.
Sempre alla ricerca di un perché faccio quello che faccio.
Per dare un senso allo svolgere delle azioni e del tempo.

Sì, perché pur essendo attratta da diversi argomenti (talvolta molto distanti tra loro), cerco di capire cosa lega il tutto per cercare di comprendere che scelte operare (o perché opero alcune scelte anziché altre).

E una domanda che ultimamente mi pongo spesso, costantemente e quotidianamente, quando devo scegliere cosa fare, è: “Perché voglio fare questo? Per diletto, perché mi serve per crescere personalmente/professionalmente, per altro…?“.
Domande talvolta scomode davanti al mio desiderio di voler essere ovunque e ascoltare tutto, ma utili per gestire il tempo al meglio (talvolta disperso attraversando periodi di grande caos).

Ebbene, una delle mie più forti motivazioni che rende (e mi ha reso) possibile reggere ritmi talvolta molto intensi è il “progettare per gli altri“.
Fare/progettare cose che tornino utili agli altri.
Soprattutto per quelle persone che necessitano di un maggiore supporto.
Una motivazione di cui ho già scritto un po’ dappertutto e in più riprese.

Foto di Dominic Alberts da Pixabay

Ultimamente però, con l’inizio della collaborazione con Forever Living, durante un incontro formativo con il team di cui faccio parte abbiamo fatto delle prove di public speaking. Obbiettivo: raccontare la nostra storia, chi siamo, perché abbiamo scelto questo mestiere (una collaborazione che si fonda sul “marketing delle relazioni”).
Quando è stato il mio turno ho menzionato proprio la passione del “progettare per gli altri”, ricercando un collegamento che desse senso a questa mia nuova esperienza.
(“Gira? Ha senso nella mia testa ciò che dico? O sto forzando la storia per giustificare?“, mi dicevo nel mentre provavo il discorso.)

Ebbene, riflettendo a distanza di giorni, ho ripensato agli eventi dell’ultimo anno e mezzo.
E ho iniziato ad elencarli: la vicenda di mia mamma (e tutta l’esperienza della Terapia Intensiva), le letture ad alta voce che faccio settimanalmente in una residenza per anziani, le attività di mentoring e speaker coach che svolgo per associazioni di cui faccio parte, alcune chiacchierate non scontate che faccio con amiche e nuove incaricate sui prodotti che sponsorizzo,…
Tutte esperienze che ho dovuto accettare (nel primo caso), o che ho scelto o cercato (negli altri casi), e che hanno operato un cambio di prospettiva rispetto al semplice atto del “progettare” (fortemente legato alle esperienze di progettazione di strutture sanitarie).
Che lo hanno ampliato e fatto evolvere al concetto dell’avere cura.

Foto di copertina di Matthias Zomer from Pexels

Avere cura.
Ecco il nuovo senso.
Un atto dall’ampio significato che mette al centro l’altro.
Che ha l’obiettivo di prendersi cura, sia in senso umano/personale (per certi aspetti) sia in senso professionale (per altri).
Che va a recuperare i tanti anni di scuola per coaching, le esperienze degli ultimi tempi, ma anche quelle più antiche.
Avendo sempre ben presente la persona, la sua centralità e la sua importanza.

Foto di copertina Pixabay da Pexels

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