“Design is…” – alcuni spunti

Design is | Architecture | Barbara Olivieri

Giovedì scorso ho assistito alla tavola rotonda “Design is…”.
L’evento è stato organizzato dall’Ordine degli Architetti di Milano con la IIDA (International Interior Design Association), e con il patrocinio di ADI (Associazione per il Disegno Industriale) e CNA (Consiglio Nazionale Architetti).

Presenti al tavolo architetti italiani, americani e canadesi: Giorgio Borruso, Julio Braga, Sergio Alberto Danese, Federico Delrosso, Francesco Librizzi e Alessandro Munge
Tema: riflettere/condividere pensieri attorno al ruolo dell’architetto, del modo di fare progetto, dei rapporti coi clienti e della professione in generale. Con un occhio ai mercati internazionali.

Una considerazione personale prima di elencare alcuni punti che mi hanno colpito: in aula eravamo presenti tra 20 e 30 colleghi.
In collegamento via web una ottantina.
Questa cosa mi ha lasciato molto perplessa: capisco che dedicare un pomeriggio per essere fisicamente presenti può non essere possibile, però mi aspettavo molte più presenze via web (vista comunque la particolarità della iniziativa).
Ho cercato di capire il perché e mi sono data una doppia spiegazione: la lingua straniera (la tavola rotonda è stata condotta tutta in inglese), l’argomento percepito come troppo all’avanguardia e lontano dalla realtà locale.
Due spiegazioni che – se reali – evidenziano secondo me una lacuna, una difficoltà, di accettazione di un cambiamento ormai inevitabile. Con cui dobbiamo fare i conti.

In particolare questa cosa mi ha fatto ricordare l’intervento di un collega durante la serata “Expo dopo Expo”, che – presentandosi – si è definito un “artigiano”.
Parola molto affascinante, che sto ritrovando nel libro intervista su Renzo Piano “La responsabilità dell’architetto”, ma che rischia di provocare una distorsione percettiva della propria professione.

Infatti in più di una occasione (durante corsi di aggiornamento) ho sentito perorare la causa in modo accorato che il futuro della professione è quella di studi consorziati, composti da diverse specializzazioni.
Grandi studi con professionisti in grado – tutti assieme – di affrontare il mercato internazionale (non a caso l’Ordine sta organizzando cicli di conferenze sulla internazionalizzazione della professione).
E mi è anche capitato – durante dibattiti online – di sentirmi dire (a contestazione della mia visione di “architetto come facilitatore” in grado di ascoltare ed interpretare) che “invece di dire queste cose, che ci insegnino come si gestisce uno studio” (!).

Non so se la mia percezione è errata o meno. Spero che lo sia.
Perché temo che se non ci si sforza di cambiare modo di pensare e concepire questa professione, temo non ci siano grandi possibilità di sopravvivenza.
(Ed io tento ogni santo giorno di capire che strada posso intraprendere, cercando di cogliere segnali, ascoltando, capendo se e quali possono essere le tendenze del futuro, navigando a vista… non senza una preoccupazione costante e continua)

Ebbene, vado ad elencare gli appunti che ho preso nello stesso modo in cui li ho scritti, senza interpretazioni (solo alcune poche considerazione aggiuntive sono evidenziate in corsivo), e sicuramente troverete alcuni concetti che ricorrono:

  • necessità di essere in grado di seguire e cogliere i cambiamenti rapidi che si susseguono
  • i clienti (la committenza) sono sempre più informati e “smart”
  • prestare sempre più attenzione alla tecnologia e materiali utilizzati: impatto sulla realtà (sostenibilità)
  • l’importanza della comunicazione (circa il 25% del tempo viene impiegato nella comunicazione)
  • approccio multidisciplinare
  • apprendere nuove competenze e sviluppare nuove abilità in poco tempo
  • da noi il lavoro di architetto viene definito anche come “mestiere”: una particolarità linguistica che potrebbe sottostimare la complessità della professione
  • in Italia c’è una passione per gli architetti stranieri; ma – si domanda uno dei relatori – come si pongono gli architetti italiani? (anche perché esiste un paradosso: all’estero gli architetti italiani sono molto apprezzati)
  • l’enorme problema della burocrazia in Italia
  • l’architetto come direttore del processo lavorativo e creativo
  • la flessibilità: essere capaci di vedere il progetto in una visione “olistica”
  • la professione di architetto è così dinamica che dobbiamo essere in grado di seguire il cambiamento (è necessario un cambiamento di mentalità)
  • dobbiamo essere in grado di gestire diversi livelli del progetto, dialogando anche con le culture del posto
  • il processo progettuale non avviene solo davanti ad un computer, ma dobbiamo collaborare anche con chi realizza e produce, prestando attenzione alla tecnologia
  • la tecnologia è solo un supporto, non sostituisce l’atto creativo e progettuale (inevitabile è stato il rimando a quello che ho pensato quando ho seguito un webinar sul BIM Building Information Modeling, strumento potente ed interessante che rischia – secondo me – di essere visto come il “risolutore di tutti i problemi”; ed avendo espresso questa perplessità in un post, un collega ha risposto citando una metafora illuminante: “Il BIM è come il Bimbi: per saperlo far funzionare devi saper cucinare”)
  • problema della scarsa conoscenza e dell’uso limitato dei social media (uno dei relatori ha detto: “Quando lavori per un cliente, il tuo brand si crea da sé”; la domanda che mi è sorta spontanea è stata: “Sì, ok, ma se inizio da zero?”)
  • sempre sulla comunicazione ed i media: media differenti = utenti differenti | problema della comunicazione della architettura è l’evidenza di una sola dimensione, quella visuale (necessità di sapere anche narrare l’architettura usando un linguaggio semplice in grado di avvicinarla al grande pubblico senza farla percepire come imposta dall’alto [tra l’altro proprio oggi ho pensato che da adesso in avanti leggerò solo libri di architettura scritti da architetti, lasciando saggistica e critica agli ambienti accademici; perché Dio solo sa che linguistica contorta viene spesso usata per analizzare ed interpretare cose fatte da altri]) | sulle riviste di architettura: sono loro che decidono cosa può essere di pubblico interesse | sui social media, dovendo scegliere, un buon veicolo è Instagram (suggerisco anche Flickr)
  • non c’è un solo modo per promuovere il proprio brand (complessità dell’era in cui viviamo)
  • mettiti alla prova e sfida te stesso, ogni giorno
  • non metterti in competizione con i colleghi, perché ognuno di noi affronta i progetti e propone soluzioni diverse
  • se vuoi fare l’architetto non è necessario che tu sia specializzato in qualcosa: devi essere in grado di vedere i collegamenti (erano anni che aspettavo una affermazione simile, lo giuro; erano anni che anelavo ascoltare qualcosa di simile! perdonate lo sfogo…)
  • parole chiave per la professione? curiosità, passione, coraggio, umanità
  • come trovare l’ispirazione? viaggiando, osservando, incontrando persone, emozionandosi, osservando la natura e l’arte.

Ecco, questo è quello che io ho colto giovedì scorso.
Quello che mi ha colpito ed è entrato in risonanza con alcune riflessioni (quotidiane) che mi faccio.
Spero che questi spunti possano essere utili anche per altri.

English version of this post here (on LinkedIn): “Design is… – some tips”

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