Cari colleghi, c’è qualcosa che non va

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Cari colleghi Architetti,
c’è qualcosa che non va.

Di recente ho seguito (parzialmente) un pomeriggio formativo il cui obiettivo era il riflettere attorno ai nuovi modi di comunicare l’architettura coi nuovi media. (E per nuovi media si intendono web, “social network” e affini.)

Le aspettative e le speranze di ascoltare finalmente qualcosa di “nuovo”, qualcosa di finalmente allineato con quello che sta succedendo nel mondo “là fuori”, erano molto alte.
Ma – ahimè – la delusione si nascondeva dietro l’angolo. Fredda ed implacabile.
A sottolineare ancora una volta che c’è proprio qualcosa che non va.
C’è un gap tra architettura (e mondo che gli ruota attorno) e “mondo là fuori”, che sta diventando – secondo me – di dimensioni sempre più ampie e preoccupanti (con buona pace di quel manipolo sparuto di architetti che ha capito come sta girando la faccenda e che si trova sempre più isolato e scollato dal suo mondo di appartenenza e formazione accademica).

E se ci si pensa è un paradosso.
Straniante.
Perché l’architettura – secondo me – è essa stessa immagine (si racconta attraverso le immagini), è essa stessa rappresentazione del mondo nella quale si cala (vuoi come filo conduttore e aggregatore di realtà sociali e di micro-cosmo, vuoi come emblema di mutamenti sociali), è narrazione (racconta, attraverso le sue forme, spazi e tradizioni), è essa stessa cultura.
E’ essa stessa rappresentazione del mondo.
Sta nel mondo, rappresentandone più o meno bene, le caratteristiche.

Eppure il mondo accademico, il mondo che ha la responsabilità di formare i futuri architetti, sembra completamente scollato dalla realtà.
L’architettura è (sarebbe?) una rappresentazione della realtà.
Ma i principali ambasciatori e “formatori” sono chiusi in un circuito autoreferenziale accademico, fine a se stesso.
Parlando fra loro, osservando stupefatti ciò che il mondo sta facendo (e la velocità con il quale sta mutando), in atteggiamento contemplativo e filosofico, apparentemente funzionale ai salotti intellettuali (in una strana ottica di esclusività ingiustificabile). Costantemente rivolto al passato.

Ascoltando un paio di ore di conferenza ho avvertito la netta sensazione che – perlomeno – io e il mondo della architettura (così come si presenta oggi) viaggiamo ormai su binari diversi e divergenti
Ho ascoltato argomentazioni proposte come momenti di alto intelletto e dibattito attorno all’architettura, alla fotografia e ai nuovi canali di comunicazione (social network e affini) che mi hanno lasciato molto perplessa.
(Condotti in un posto dove batteva il sole, senza aria condizionata, con una presentazione in power point di fotografie di architettura, proiettate su uno schermo piccolo su cui si rifletteva la luce… presentazione di fotografie di architettura – immagini – su uno schermo piccolo, controluce…)
Ho ascoltato e osservato, facendomi tante domande.
Ho ascoltato dissertare di teorie varie e sul fatto che l’editoria dell’architettura vive un momento di crisi soffrendo della potenza del web e dei social network.
E pensavo tra me e me: “Va bene. E quindi?”
La sensazione che ne traevo era che si stavano conducendo riflessioni autoreferenziali. Senza nessuna illustrazione di strumenti e soluzioni.

Sì, sicuramente quasi quindici anni di ingegneria mi hanno resa insofferente alle tante teorie (accademiche, come di management).
Però – cari colleghi – raccontarsela in continuazione in questo modo non ci (vi) porterà da nessuna parte.
Ci stiamo (vi state) dicendo cose ovvie.
Ci stiamo (vi state) dicendo cose che il mondo già sa, ha già digerito e ha già superato, avanzando ad alta velocità verso altro.

Io – e penso tanti altri colleghi – cerchiamo soluzioni.
Cerchiamo concretezza.
Cerchiamo strumenti.
Cerchiamo punti di contatto proficui e prolifici, tra mondi e discipline diverse, in grado di generare qualcosa di nuovo e di utile.

Le dissertazioni filosofiche vanno bene nei recinti accademici, nelle sale da te e nei circoli di amici.
Se andiamo avanti così, rischiamo (rischiate) di restare al palo (se non ci siamo già).
Continuando a fare esercizi di stile fini a se stessi.

E mi sovviene anche il pensiero che quello che forse manca è il coraggio.
Il coraggio di guardare oltre il proprio naso.
Il coraggio di sperimentare concretamente, rimboccandosi le mani e provando.
Uscendo dai “conventi” (definizione tanto cara a Tom Wolfe nel suo libro al vetriolo “Maledetti architetti”, quando menziona le università come roccaforti).
Andando per le strade e confrontandosi con altri che già stanno facendo e sperimentando questo.
Ricordandosi anche (e soprattutto) di ascoltare armati di una buona dose con umiltà (che forse manca anch’essa), pronti e proiettati verso l’imparare cose nuove.

[Immagini da Google Image: Guggenheim Museum New York e Codice Atlantico di Leonardo]

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