Satelliti o pianeti?

riflettere

 

Ci sono alcuni autori che leggo volentieri (un paio di esempi: la [mia] recente scoperta Roberto Cotroneo e Annamaria Testa con il suo blog Nuovo e Utile) e Sebastiano Zanolli è uno di questi.
Mai scontato, a volte spiazzante (ricordo ancora un “post sui vermi” [che detta così suona strana] che ho dovuto rileggere tre volte per comprendere il significato che stava dietro le considerazioni fatte; senza contare un altro “post sui muri“, molto intenso che parlava direttamente alla sfera emotiva, bypassando la parte logica) e comunque sempre in grado di farti riflettere.

Ebbene un paio di giorni fa sul suo sito ha pubblicato questo post dal titolo “Sei un satellite di un satellite di un satellite“:

Già, perché mi accade di sentirmi girare attorno alle cose e alle persone come se ci fosse un filo a legarmi.
Orbite strane ma inevitabili.
Quanti nodi si creano e non si disfano mano a mano che avanzi nella vita.
Il destino ti scrive copioni che tu accetti e diventa difficile cambiare.
O ti piacciono, o li mandi giù o tenti di cambiarli.
Sfrecci veloce nelle traiettorie stabilite dal caso come un cosmonauta.
Ti tendi e ti sbatti per cambiare quello che non ti va.
E patisci. Soffri come un cane.
Questa è la battaglia.
Quella tensione di muscoli, cervello e anima che riempie le giornate e le notti sudate, è la vera guerra e, forse, è anche il senso dell’esistenza.
Provare a guidare fuori rotta quella stramba astronave che tende a incastrarsi in percorsi dominati da altro o da altri è la vera sfida.
Buttarsi fuori, costa. E’ difficile.
Hanno un bel dire gli esperti che ci vuole forza d’animo.
Devono dirti anche che ce ne vuole tanto.
E che a volte devi anche andarne a prestito da qualcuno.
Tanto da riempirti fino alla radice dei capelli e sostituire il sangue che ti si gela dentro quando devi uscire dal conosciuto.
Dal normale. Dall’abitudine.
Sei un satellite di un satellite di un satellite.
E il giorno in cui vuoi diventare il centro devi proprio sforzarti.
Perché nessuno te l’ha insegnato.
Ed è questo che si dovrebbe cercare fin da sempre.
Un centro dentro.
Tuo.
Solido.
Amorevole.
Personale.
Compassionevole.
Attorno al quale non si debba gravitare.
Ma sopra al quale si possa costruire un’esistenza fatta di copioni che vanno bene a te.
E a quelli che ti vogliono davvero bene.

(La versione originale è qui.)

Per come l’ho interpretato io, ci ho letto dentro molta fatica.
Con tanti riferimenti alla lotta (parole che compare nelle testo).
E con la percezione di una sorta di attrito di primo distacco non ben definito, strisciante in mezzo alle parole scritte. (Ma sicuramente c’è molto del mio nella lettura del testo; sono convinta che ognuno di noi vede e legge attraverso la sua lente – della sua esperienza personale – ciò che gli si para davanti in varie forme, e lo interpreta di conseguenza.)

E riflessioni random sono emerse.

Ho pensato che non siamo satelliti, di satelliti, di satelliti…
Ho pensato che siamo tanti pianeti.
Siamo tanti nodi di una rete, di un universo, fatto di tante individualità (nell’accezione buona del termine) ugualmente ricche, ugualmente importanti.

Ho pensato che (almeno io) sono stanca di lottare. Sono 30 e rotti anni che lotto.
Ho lottato anche con me stessa: “vendevo un prodotto” (io) che non esisteva. E quando me ne sono resa conto, qualche anno fa, è stato un disastro emotivo: il basamento, che reggeva il tutto, ha ceduto e c’è stato il crollo della (sovra)struttura. Rivelando altro sotto: rivelando la vera struttura che c’era sempre stata e che ora reclamava la sua identità con (giusta?) prepotenza.
Ho pensato, ho ricordato, un percorso sicuramente non indolore.
E ho pensato che forse – adesso – sto approdando ad una personale consapevolezza e accettazione che tutto è come deve essere.
E che assecondare sia la chiave di tutto.
Che non vuol dire accettare supinamente, ma prendere atto e muoversi sfruttando quello che è ora, al momento (un po’ come – mi dicono – le arti marziali).
(E adesso che sto iniziando a comprenderlo, mi sento come se avessi 40 chili in meno addosso.)

Non dico che sia facile.
Non dico che sia – questa consapevolezza – indolore.
Non dico che sia riposante.
Non dico che sia zen. (Dio solo sa quante volte mi arrabbio e sfiammo, ringhiando: “Io non sono zen! Perché se fossi zen, sarei un monaco!”)
Tutt’altro.

Però, per come la vivo io, è tutto più “sopportabile” (accettabile).
E facendo così, mi consente di avere una maggiore lucidità intellettiva, sgombra da nebbie conflittuali (che comunque ogni tanto si ripresentano).
Avendo un pochino di serenità in più.
Consentendomi – a volte – di sospendere coinvolgimenti devianti.
Consentendomi – a volte – di gestire meglio me stessa, gli altri e le situazioni.

Continuando comunque a cercare e a esplorare.
Errando.
Senza mai rassegnarsi.

[Immagini Google Image]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...