Risse elettroniche

Influencer-Marketing-3

Ieri pomeriggio ho assistito basita ad una specie di “rissa elettronica” innescata da un post di due righe di un personaggio noto della rete.
In coda al suo post si è scatenata una ridda di commenti.
E fin qui nulla di strano.
Quello che invece mi ha lasciato perplessa è stata la reazione molto forte di un paio di altre persone note della rete, che hanno reagito in modo (mi sembra) piuttosto risentito. (Mentre altre persone – definiamole – “comuni” hanno reagito in modo molto pacato.)

Cosa ha scatenato tutto ciò?
Tutto il dibattito è stato scatenato dalla considerazione della persona che asseriva di voler fare un po’ di pulizia nelle “amicizie” (di Facebook).
Mi sarà sfuggito qualcosa di importante, ma di primo acchito ho pensato: “Sarà libera di fare ciò che vuole?! O no?!”
Poi ho anche pensato (seguendo da un po’ questa persona), che lo stile ed il tenore della comunicazione erano perfettamente in linea con il “personaggio pubblico” (facilmente individuabile e definibile anche attraverso le sue pubblicazioni).

Ma quello che mi ha colpito veramente è stata la reazione specifica di altri “influencer” che forse – sentitisi tagliati fuori – si sono visti deprivati di un contatto ritenuto sensibile. Dandole – in questo modo – una ulteriore prova della sua importanza.
(Quante volte l’ho fatto io, lo hanno fatto altri… E nessuno si è mai scatenato con tanta “virulenza”. Perché questo? Perché né io, né altri, siamo degli “influencer”. Non siamo “contatti sensibili”, nodi importanti della rete. Ergo – paradossalmente – siamo liberi di fare ciò che ci piace, in assoluta libertà. Ma questo è un altro discorso…)

Però il pensiero non è finito lì.

Infatti, la domanda successiva che mi è venuta in mente è stata: “Ma come siamo messi? Ma come siamo ridotti, se davanti ad un post (magari anche volutamente provocatorio) reagiamo in questo modo?” (Tra l’indignato e l’offeso)
Siamo veramente appesi a dei “like” sui nostri post…? (E mi ci tiro dentro, in prima fila! Perché Dio solo sa quanto anche io subisca l’influenza dei “Like”… Soprattutto se dato da persone che ritengo importanti.)
La nostra autostima è (quasi totalmente) dipendente da “amicizie” (fittizie, attenzione, fittizie…) all’interno di un social network?

Per come la vedo io, e per come la sto vivendo negli ultimi tempi, c’è qualcosa di profondamente sbagliato.
E l’episodio di ieri è solo uno dei tanti aspetti.
Infatti sto provando un forte disagio all’interno di questo ambiente (e non è la prima volta). (E tutto questo mi ha fatto ricordare una considerazione fatta tempo fa da una persona che conosco: Facebook – in particolare – è una “grande piazza”; fortemente amplificata – aggiungo – come se fosse fornita di potentissimi altoparlanti, catalizzatrice anche delle frustrazioni più varie).

Mi rendo conto che c’è qualcosa di “malato” in tutto questo.

E questo – per quanto riguarda me, le mie dinamiche comportamentali all’interno di questo spazio virtuale – non va bene.
Non va per niente bene.
E va ridimensionato.
Non so come, ma ci sto provando per tentativi ed errori.

Chiudo con un post letto questa mattina sul diario di una persona:

“AMICI”… ma anche no!
Traduzioni, nella loro necessità di sintetizzare, spesso non prendono in considerazione i diversi significati che hanno invece le parole “tradotte” in origine.
Nulla è così ingannevolmente semplificata come la traduzione di “Facebook friends” che in italiano risultano “amici” – e questo è spesso fonte di lunghe discussioni.
Trovo molto più appropriata la scelta di Twitter nel chiamarli “followers” perché esprime in maniera inequivocabile il concetto.

E a tale proposito, volete leggere una cosa interessante, che si aggancia alla questione?
Date una occhiata a questo articolo di Roberto Cotroneo: L’ultima trappola di Twitter
Capita proprio al momento giusto… E dice cose interessanti…

Buona giornata nel mondo reale!

[Immagini tratte da gatheryourcrowd.com e searchenginewatch.com]

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