Narrare l’Architettura

ARCHITETTURASabato scorso ho iniziato una ricerca ed un recupero dei libri di architettura che avevo letto in passato, e che mi sono tornati alla memoria di recente (sarà l’età).

E’ una spedizione in pieno stile “predatori dell’arca perduta (cercando testi anche nella cantina dei miei genitori, dove ho ricoverato i libri di studio una volta finita l’università) e ad oggi ne ho estratti tre (nella foto, affiancati a dei DVD che ho acquistato di recente e che mi stanno riconciliando con l’Architettura, grazie alla contaminazione con la cinematografia che – secondo me – contribuisce a creare un nuovo modo di raccontarla, avvicinandola al grande pubblico).

Facendo questa operazione di recupero e riordino, mi sto anche facendo una riflessione: “Ho speso gli anni in università inghiottendo ed imbottendomi di storia dell’architettura, attraverso manuali.
Praticamente degli “inoculamenti” di nomi, date, cenni storici…
Elencati in modo serrato in testi scritti da Pevsner, Benevolo e chi più ne ha più ne metta.
Super-tomi strapieni di dati da ricordare.
Ma mai storie. Per lo meno nella stragrande maggioranza dei casi.
Ed il risultato (almeno su di me) è evidente: di quello che ho studiato, mi è rimasto ben poco nella testa (unito ad un senso di rifiuto).

Ma ricordo anche con piacere due episodi che – a distanza di più di vent’anni – mi hanno lasciato una traccia nitida.

Il primo: preparando l’esame di Storia dell’Architettura (II annualità), dovevo studiare un libro dal titolo L’Architettura del Quattrocento a Milano” di Luciano Patetta.
Lo stesso docente suggerì caldamente di farsi i chilometri in giro per la città per confrontarsi dal vivo con gli edifici da lui illustrati nel testo, per capirli di più, per studiarli meglio, per ricordarli. Vero. Facendo così avevi modo di imprimerti nella memoria quello che stavi studiando, comprendendo meglio.
L’andare in giro armata di libro, rappresentava un mini-viaggio nel quale potevi “toccare con mano” quanto stavi esaminando col naso ficcato nei testi.
E a livello mnemonico questo costituì una enorme differenza rispetto ad esami bibliografici teorici, dei quali ho dei ricordi molto sfumati e quasi impercettibili.

Il secondo: una dei regali ricevuti alla mia laurea, fu l’autobiografia di Frank Lloyd Wright (nella foto). Un testo ciclopico che a guardarlo era in grado di intimorirti e scoraggiati. (Soprattutto dopo anni di studio)
Ebbene, vuoi che Wright è sempre stato uno dei miei architetti preferiti, vuoi che il libro racconta una storia (la sua storia), fatto sta che lo divorai come si divora un romanzo che ti piace.

Che dire se non che forse se si smette di sbrodolare dati, date e dettagli, a favore della narrazione sia attraverso i testi scritti dai diretti interessati, sia attraverso forme varie di racconto, l’assimilazione migliora e diventa anche più gradevole?

Ma ora che ricordo, nella foto c’è un grande assente (che devo cercare e non so più dov’è): il libro di Lewis Mumford, “La città nella storia.
Lo studiai per l’esame di “Sociologia urbana e rurale” e fu un testo che mi appassionò moltissimo.
Qualcuno potrebbe dire: “Ma scusa, come mai questo libro ti appassionò così tanto?” (L’esame in questione era puramente bibliografico)
Perché come recita il titolo stesso (“La città nella storia”) racconta come sono nate e si sono evolute le città nella storia dell’uomo.
E’ una cavalcata storica scritta in modo appassionante.
Tant’è che mi ricordo ancora di alcuni dettagli a distanza di più di 20 anni…

Quindi – forse – ripensare alle metodiche di trasmissione di un certo tipo di informazioni e conoscenze, può essere una buona cosa.
Visto che dicono anche che il nostro cervello è programmato per imparare meglio attraverso le storie, intese come narrazione.

[Immagine di copertina: Libro dell’architettura di Andrea Palladio]

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