7 ore…

toto_burocratese

7 ore…
7 ore di riunione ininterrotta, senza pausa: dalle 11.00 alle 18.00…
Esaminando punto-per-punto tutte quelle note divise per S (Segnalazioni) e A (Anomalie) che hanno flagellato il tuo progetto sul quale hai speso 3 settimane di lavoro ininterrotto (weekend compresi) a ritmi intensi, preceduti da una marea di riunioni e da sopralluoghi multipli, sacrificando altri lavori che incombevano e che hai dovuto mandare in stand-by, supplicando il cliente di portare un attimo di pazienza, che ci arrivi… “Consegno in tempo! Tranquillo…”

Quando ricevi le “Schede di controllo” (già sulla linguistica potresti aprire una trattazione notevole), ti viene un colpo: un malloppo di note e osservazioni (marcate – seconda della “gravità” S o A) che ti fanno rimettere in discussione la tua professionalità.

“Possibile che io abbia sbagliato così tanto???”, ti domandi…

Poi inizia a passarle una ad una, e le cose non ti tornano.
Ti sfugge qualcosa.
Sembra una caccia alla imprecisione, sembra uno scavare alla ricerca dell’errore a tutti i costi, sembra un voler torturare chi il lavoro lo ha fatto.
Perché non risponde alla normative.
Ma non alle normative tecniche.
No, quelle no.
Le normative burocratiche… I codici, i regolamenti, le carte
Non ha importanza la qualità del progetto, la sua correttezza tecnica.
No.
Ha importanza la formalità.
Che magari è un involucro che racchiude il nulla…
Ma è formalmente corretto.

7 ore di discussione e di esame…
Di rimessa in discussione di scelte progettuali concordate.
Per paura. (Altra variabile del peso di una tonnellata…)
Perché devi flangiarti, perché l’impresa non ti deve “inchiappettare” (mi si perdoni il francesismo).
Perché tutto deve essere previsto fino alle più piccola vite.
(Senza renderti conto che più spingi in quella direzione, più offri il fianco a richieste di variante, in un gioco perverso e senza fine…)
Perché devi assumerti anche la responsabilità del costruttore di turno: perché se il costruttore garantisce un suo prodotto, tu non ti fidi ugualmente, lo rimetti in discussione, spingi il progettista a sconfinare nell’area di progettazione del prodotto, facendogli quasi assumere la responsabilità di un prodotto fatto, fornito e garantito da altri…
Un meccanismo perverso e pericoloso di rimpallo di responsabilità, che viene stretto in una morsa da codici kafkiani auto-referenziali e pregni di contraddizioni al loro interno.

Il dover spiegare che tu non puoi fare un manuale di uso e manutenzione di una macchina che deve essere ancora acquistata.
Come fai? È tecnicamente impossibile.
La macchina viene fornita dal costruttore, completa di manuale di uso e manutenzione che entra a far parte del fascicolo/manuale di manutenzione della struttura nella quale si inserisce…

Livelli surreali…

Alterni momenti nei quali ti metti di traverso rifiutandoti di fare le cose, a momenti nei quali cedi su tutta la linea.
Perché sei stanco e vuoi chiudere velocemente.
Vuoi andartene di lì il più velocemente possibile.

Il ritorno in ufficio, in auto con il collega, avviene nel più assoluto silenzio.
Capisci che è meglio non dire nulla.
E nel mentre rifletti… Scandagliando e riesaminando la riunione…
E più vai avanti e più comprendi che non ci sono state contestazioni di progetto.
Ci sono state contestazioni formali. Di carte, appunto.

Solo negli ultimi 10 minuti il collega apre bocca: “Io mi sto facendo delle riflessioni. E sto concretizzando delle decisioni.”
(Pensi: “Mo’ parte il cazziatone per qualcosa che non so di avere commesso” [perché ti senti un po’ sotto esame, stanco e sfinito come sei…])
Ma la riflessione è diversa da quella che ti aspetti: “Finché andremo avanti così, finché le opere costeranno più per la carta e le persone che ruotano attorno alla carta che per le opere vere e proprie, finché avremo leggi che stritolano in questo modo, noi non ne usciremo mai…”

Vero.
Finché si guarderà più alla formalità burocratica che al contenuto del progetto, non andremo mai da nessuna parte.
Amaro.
Ma inconfutabilmente vero.

Nel frattempo – dentro di te – sei consapevole (sempre più consapevole) che stai perdendo passione per il lavoro che fai (da quasi 20 anni).
Stai perdendo passione e curiosità.

Ma ti viene anche un dubbio.
Pensi che forse tutto questo dipenda anche da te: magari – semplicemente – non hai più forza.
Magari non dipende dalle contingenze esterne.
Dipende da quelle interne, tue.

Poi però il pensiero corre ai due-tre anni di un cantiere: siamo nel 2008-2011 circa.
Stai seguendo la progettazione esecutiva (ed il cantiere poi) di un ospedale ad alta tecnologia.
I tempi sono serrati ed infernali.
Ti spremono come un limone.
Sopporti pressioni psicologiche, attriti e fatiche fisiche.
Sopporti impassibile orari pazzeschi.
Ti svegli alle 3.00 di notte, di soprassalto, pensando che – forse – non hai comunicato una cosa importante sulle sale operatorie. E non riesci a riaddormentarti fino al mattino successivo, quando parti e vai in cantiere a verificare in sito.
Ripensi alle riunioni coi tecnici delle macchine medicali e a come ascoltavi attenta ed assorbivi tutto quello che ti veniva spiegato e raccontato.

E capisci.
Capisci che non è (solo) stanchezza tua.
E’ tutta una situazione divenuta insostenibile.
Una situazione che anziché stimolare, distrugge, annichilisce e vampirizza.

E così torni al punto di partenza.
Constatando – con estrema amarezza – che ha sempre meno senso fare questo mestiere.

[Immagine tratta dal film “Totò e Peppino e la malafemmina”: la celebre scena della dettatura della lettera]


6 thoughts on “7 ore…

    1. Ciao Pierluigi,
      non so se anche tu lavori nel pubblico, perché io ho visto accadere queste cose solo in determinati contesti.
      In altri progetti nel privato, sì, ti fanno il mazzo, però non in modo così desolante.
      Che fare? La soluzione non ce l’ho.
      Però ti allego qui il link di un post di un altro blog che ho letto ieri: tipo di lavoro diverso, area diversa, ma un comune denominatore sconfortante…
      http://www.alessandrafarabegoli.it/perche-non-voglio-piu-clienti-dalla-pubblica-amministrazione/

  1. Cara Barbara,
    sono un ingegnere che da 54 hanno esercito la professione di progettista e consulente di impianti meccanici sia industriali che civili. Ho seguito progettazioni di nuovi insediamenti in quasi tutti gli ambiti, vale a dire farmaceutico,alimentare , tessile,elettronico , ecc. cosi come nel terziario e residenziale,
    Ho sempre progettato e seguito la realizzazione delle opere sino ai collaudi delle stesse ,con moltissima passione che,quest’ultima ,mi stà tramontando proprio per avere le stesse sensazioni che così efficacemente hai illustrato.
    Questo fatto mi intristisce molto perchè ,nonostante avere oltrepassato gli ottant’anni, non avevo, sino a pochissimi anni fà, perso le speranze che si potessero realizzare condizioni
    di lavoro premianti per coloro i quali che si dedicano alla professione con grande impegno.
    Forse la mia era una utopia. Tuttavia ti invito e ti prego a perseverare nell’impegno poichè
    la tua età ha spazi per poter verificare che alla fine la gratificazione verrà.
    Cordialmente G. Russo

    1. Buongiorno Giuseppe,
      leggere il suo commento da un lato “conforta”, perché ti da prova del fatto che non sei il solo a vedere le cose in un certo modo.
      Dall’altro è doloroso per lo stesso motivo.
      Io ho solo 19 anni di esperienza e – in questo breve lasso di tempo (neanche una generazione) – ho avuto modo di vedere un peggioramente a velocità sempre più elevata di tutto quanto ruota attorno alla progettazione.
      Solo ripensando alla motivazione che mi faceva marciare solo qualche anno fa, e che oggi si sta spegnendo, fa male.
      Si può tentare di andare avanti.
      Si può tentare di spingere.
      Ma rifletti anche sul fatto che – forse – le proprie energie, i propri entusiasmi, le proprie capacità e competenze, vanno convogliate su altre aree operative.
      Magari lì si portano a casa maggiori soddisfazioni.
      Grazie infinite per l’incoraggiamento ad andare avanti.
      Di cuore.

      Barbara

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