Riflettere, sospendere, scrivere…

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L’altra sera avrei potuto scrivere di come ero stanca…

Di come era stata una di quelle giornate nelle quali avrei raccattato i miei quattro stracci e mi sarei data alla macchia…
Di come iniziare una settimana in questo modo, mi avrebbe fatto dubitare di una sua conclusione positiva…
Di come, proprio a cause di giornate così, ti senti stanca-stanchissima e sempre più demotivata, ogni secondo di più…
Di come, una telefonata accompagnata da qualche riflessione, ti abbia risvegliato pensieri che ti stai facendo anche tu e che ogni tanto si sopiscono o si nascondono…

Avrei potuto, insomma, sbrodolare un post da stracciamento di vesti…

Invece no.

Ho condiviso laconicamente il post quotidiano della pagina pubblica, evitando qualsiasi menata-mattone.I due giorni precedenti non sono stati effettivamente due “gran giorni”, e ieri in ufficio è stata una di quelle giornate nelle quali attraversi “bolle di difficoltà” che mettono a dura prova la tua tenuta mentale e cardiaca.Poi – ieri sera – il solito-terapeutico-benedetto meeting del Toastmasters mi ha risollevato e mi ha dato tanta soddisfazione.

Forse, stanca e bollita, con le barriere abbassate, ho fatto meglio delle altre volte e ho respirato un senso di soddisfazione balsamico e lenitivo rispetto alle giornate assurde e sfibranti che sto attraversando.Mi sono detta tra me e me: “Ecco, vedi. Alcune cose ti vengono abbastanza bene. Le fai con piacere anche se costano un pochino di fatica. Trovi le soluzioni davanti a problemi inaspettati.”
Vorresti che la realtà che vivi là dentro fosse simile alla realtà che trovi là fuori. 
Ma è difficile, piuttosto difficile…
E allora cerchi di trarre il massimo giovamento da queste parentesi bi-settimanali, usandole (in senso buono) come dei carica batterie per affrontare la realtà là fuori, fatta di ben altre situazioni.Quindi stamattina eccomi qui, con ben presente anche la riflessione che mi facevo l’altra sera tornando a casa in macchina, un po’ stanca ed un po’ sconfortata, ma oggi anche motivata dai risultati e dagli insegnamenti che porto a casa da questo hobby: devo imparare a non farmi soverchiare dalla sindrome da responsabilità, che – se forte – ti porta sì a fare bene, ma ti “ammazza” (mi devo ricordare che la medaglia non me la da’ nessuno).

Certo che tra il dire ed il fare… 
Però devo sforzarmi a perseguire il mio operato, il mio credo e le mie convinzioni, senza avere di paura di sbagliare.
Perché proprio ieri sera un socio del Toastmasters, durante il suo speech, ha detto una cosa che so bene, ma che faccio sempre fatica a seguire (impegnata come sono a rispondere al senso di responsabilità): se segui il tuo cuore, sai che fai la cosa giusta per te.

Non capisco perché i buoni propositi, a tutela della mia sanità fisica e mentale, sono – per me – difficili da applicare. Nonostante siano costruiti per il mio bene.
Non capisco perché sacrificio, fatica, e quasi penitenza, mi fanno operare in modo dannoso per me.
Non capisco se tutto ciò arriva da retaggi culturali o che altro…

Ed il problema-mamma si genera quando la generosità si combina con la responsabilità e lo spirito di sacrificio: il mix diventa micidiale…

Va bene.
Ci riprovo.
Insisto.
Perseguo.

Fare bene, senza ammazzarsi.
Evitare che qualcuno dall’esterno faccia leva, col suo comportamento e le sue parole, sul mio senso di responsabilità.
Pensando a me stessa e al mio futuro.

Dai e dai, prima o poi riuscirò a demolire questa equivalenza complessa…  Fatica=serietà

Post pubblicato su Facebook mercoledì 25 settembre

[Foto tratta da http://fotoinversi.altervista.org/blog/lalba-by-maria-rita-cuccurullo/]

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