“Confessioni di un sicario dell’economia”

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Dopo una partenza a razzo, ho terminato con gran fatica il libro di John Perkins, “Confessioni di un sicario dell’economia” (edito nel 2004).

Per avere una idea del libro, Wikipedia ha una pagina dedicata: Confessioni di un Sicario Della Economia.

Devo dire che dopo un po’ ho iniziato ad annoiarmi e non per quanto contenuto nel libro (cose da far rizzare i capelli in testa, tristemente note o per lo meno intuibili), ma per come viene raccontato.

Mi spiego…

Ho sempre dei dubbi davanti a questi libri.

Non per quanto riguarda i dati storici, praticamente inconfutabili, come dicevo poco sopra.
Ma per la facilità con cui è possibile scrivere di argomenti così particolari in modo così disinvolto. Soprattutto se l’autore ha fatto parte del mondo da lui raccontato.

In più – ma la mia è una opinione strettamente personale – il tono romanzato, per alcuni aspetti tormentato sentimentalmente e da call-to-action, mi hanno lasciato altrettanto dubbiosa. In alcuni punti avevo la sensazione di leggere un romanzo di spionaggio e questo mi faceva perdere fiducia in quello che leggevo.
Le note alla fine di ciascun capitolo, che rimandavano a fonti documentate, rimettevano però un po’ a posto la struttura delle informazioni.

Inoltre – mentre leggevo – mi è sorta spontanea anche un’altra domanda: ma ti sei dovuto fare 35 anni come SDE (Sicario Della Economia), guadagnando palate di soldi, tormentandoti ma andando avanti, per poi decidere di scrivere un libro ed ergerti a paladino della giustizia, arringando i lettori con un richiamo al cambiamento del mondo?

Non so, sono perplessa.

Non per i dati e le vicende raccontate, oggi purtroppo non così sorprendenti per chi – con un minimo di abilità – è in grado di reperire informazioni dai vari media e dalle associazioni no profit. Ma per il come ed il chi lo racconta.

In alcuni momenti, durante le filippiche moraliste, mi sembrava di veder svolazzare la bandiera a stelle strisce al rallentatore… Come in quei film (ovviamente americani) dove – nelle scene topiche – c’è il richiamo al patriottismo, ai sani principi e ai sacri valori dei padri fondatori… Mah…

Per il resto, niente di nuovo dal fronte occidentale (parafrasando un celebre titolo di un libro che fece epoca).

Un resoconto delle nefandezze perpetrare dai più forti verso i più deboli, utilizzando sistemi di pressione e creazione di dipendenza economica volte a soggiogare ed indebitare intere nazioni.

La constatazione di vedere che la storia si ripete, sotto varie forme, usando mezzi che si evolvono accattivando, irretendo ed illudendo.

Niente di nuovo, appunto.

Ma una cosa su cui riflettevo ancora poco fa, è proprio sulle informazioni e la loro trasmissione: leggendo il libro ho avuto la sensazione che il target di riferimento dell’autore fosse la società americana.
Società che noi pensiamo essere all’avanguardia (su molte cose lo è), ma che per alcuni aspetti è di una ignoranza abissale.

E proprio a proposito di questo mi vengono in mente un paio di episodi:
il primo riguarda un colloquio avuto con una persona sull’essere “cittadini del mondo” come condizione mentale e non solo fisica (di viaggiatori);
la seconda è una scena del film “Bowling for Columbine” di Michael Moore che mostra flash di telegiornali americani, le cui notizie principali riguardano sciami di api assassine, inseguimenti per le strade di città americane e altre notizie di una irrilevanza sconcertante e dall’aspetto assai surreale (ed in questo anche i nostri media canonici non scherzano…).

Forse la chiave di lettura del libro sta tutta qui: nel target di riferimento dell’autore.
E se è così, allora il testo si trasforma in un buon racconto divulgativo che tocca i cuori della nazione di riferimento…

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