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Questo non è un post politico.
Non faccio politica e non mi interessa farla.

Sono però affascinata dalla comunicazione e dalle sue dinamiche.
E quello che ho visto accadere durante la campagna elettorale, e soprattutto in fase di votazione (e suo esito), mi ha fatto fare qualche considerazione, tra me e me. Che poi è stata confermata da articoli che ho letto nel corso della settimana, facendomi intuire che non ero proprio fuori strada nelle riflessioni fatte in solitudine.

Mentre leggevo alcuni commenti sui social network, durante la maratona elettorale, mi è sembrato di vedere una cosa che accomunava gran parte di chi scriveva: la assoluta mancanza di oggettività di analisi della situazione e della testa di ogni singolo italiano.

Un paio di considerazioni, da profana: se il centro-destra ha preso una robusta percentuale (contro ogni previsione) è perché ci sono persone che hanno creduto e credono al messaggio che viene trasmesso (indicativa è stata secondo me la reazione alla lettera sull’IMU: la gente si è messa in coda per il rimborso); se il M5S ha “fatto il botto” è perché quello che ha detto, e come lo ha detto, ha fatto presa; se il PD è rimasto in media, è perché – forse – non è stato sufficientemente incisivo nella comunicazione.

E’ inutile urlarsi addosso l’un l’altro ed insultare chi non la pensa come te.
Più che offendere, va rispettata la posizione e va capito perché le persone hanno fatto certe scelte.

Nei giorni successivi ho anche provato a seguire i commenti post elezioni. Per ascoltare i “raffinati” esercizi di linguistica dove tutti dimostravano di avere vinto e – chi aveva perso – additava altri della colpa dello “scippo” dei voti. Ma mi sono innervosita dopo una ventina di minuti: per me era (ed è) evidente la mancanza di assunzione di responsabilità dei propri fallimenti, dimostrata additando costantemente gli altri come responsabili delle proprie mancanze.
E questo non è un comportamento riservato solo ad una certa categoria di persone, bensì è molto più esteso di quanto si pensi.

Ma al di là di tutto è rimasta ferma la mia convinzione: ha vinto l’emotività e la pancia.
Hanno vinto sistemi di comunicazione che hanno catturato fette di elettorato.
(Non dimentichiamoci che – contenuti condivisibili o meno – Berlusconi e Grillo sono degli eccellenti comunicatori, comunque la si pensi).
Ha vinto l’anagrafica (ricordiamoci che una grossa fetta di elettori sono anziani e non usano sistemi di informazione diversi dalla TV, così come un’altra robusta porzione di elettori usa i social network come canali di informazione primaria).
Ha vinto la logica del votare “contro qualcuno” anziché “per qualcuno” (nonostante il contro sia stato abilmente camuffato da progetti).
Ha vinto il soddisfacimento del bisogno immediato, non il progetto di qualcosa sulla lunga scadenza.
Ha vinto la leadership forte, comunque la si pensi: hanno vinto due leader che hanno una personalità strabordante. Ha vinto il concetto del capobranco, della figura padronale di riferimento.

Secondo me, da qualunque lato si guardi la questione, “quello” che ha vinto (non “chi”, sospendendo qualsiasi giudizio) è lo stile di comunicazione. Magari discutibile per alcuni versi, ma fortemente caratterizzato.

La caccia alle streghe e gli insulti non servono a niente e a nessuno.

Serve invece capire come e perché noi scegliamo una cosa anziché un’altra.
Quando (e se) riusciremo a capire questo avremo letteralmente “vinto la lotteria”.

Qui un articolo sul neuromarketing inerente l’argomento delle elezioni:
Il neuromarketing alla base della rimonta di Silvio Berlusconi

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