Tempi di risposta

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In genere non porto lo “smartphone” con me in pausa pranzo.

È uno dei pochi momenti della giornata nei quali scelgo di staccare per circa 60 minuti, entrando in “silenzio radio”: lavorando molto al computer e, quando sono in giro, avendo in tasca un piccolo oggetto che fa tutto e ti tiene collegato con tutto, sempre, un piccolo stacco ci sta bene.

Tanto più se la prima cosa che faccio, quando mi sveglio la mattina, è prendere l’iPhone (che uso anche come sveglia) e guardare le mail, dare una scorsa alle notizie, guardare cosa succede sui social network, ecc. ecc.

Ci sono però delle volte (come ieri) che lo porto con me anche in pausa pranzo.
Perché? Perché aspetto delle risposte.
Che se non arrivano in tempi “ragionevoli” (per me…) mi rendono nervosa.

E proprio ieri, parlando coi colleghi, uno diceva: “Certo che questi oggetti ci hanno rovinato la vita. Ce li hanno venduti come semplificatori della vita, ma in realtà è l’esatto contrario: non ci sono più momenti nei quali non sei raggiungibile.”
La mia risposta è stata: “Dipende… Sei tu che decidi se rispondere o meno alla telefonata che ti arriva nei momenti meno opportuni. È a te che spetta l’ultima decisione.”

E spostandomi dal lato opposto (ossia dalla parte di chi ti cerca per parlarti), mi sono resa conto che effettivamente la qualità dell’attesa della risposta e del reperimento della persona, ha subito una brusca caduta (dipende dai punti di vista…) ed una forte contrazione temporale.

Ebbene sì, la questione tempo è il mio nuovo tormentone: dalla contrazione dei tempi fino ad arrivare (per associazione di idee e di argomenti) alla costante connessione, passando attraverso il dialogo continuo che hai con persone lontane sia chilometricamente che a livello di gerarchie (sempre in relazione alla disponibilità del singolo individuo).

E questo crollo di una struttura temporale consolidata da generazioni, ha provocato (e sta provocando) anche un cambio di percezione. Almeno per me.
Infatti, per quanto mi riguarda, mi sono resa conto che questo cambio di paradigma, ha provocato anche una rimozione di ostacoli legata ad una struttura ormai obsoleta (e presente ancora nelle dinamiche mentali di alcuni interlocutori).

Esempio: ho bisogno di avere alcune informazioni su date disponibili per un certo evento.
Se prima potevo attendere anche due settimane, oggi non è più così.
Mi sono resa che se la risposta non arriva nell’arco di 4-5 giorni, inizio ad innervosirmi. E dopo 7 giorni scatta il primo “recall”, in escalation continua – per recall successivi – fino ad ottenere la risposta.

Perché? Perché con questi aggeggi che ci portiamo in tasca, che ci tengono costantemente connessi col mondo, che contengono tutti i dati possibili immaginabili (dai calendari a bordo degli smartphone, fino a quelli remoti – stile Google Calendar – ai quali puoi accedere in qualsiasi momento, per arrivare a veri e propri taccuini digitali), le risposte/dati sono disponibili subito e ovunque.

È un bene? Forse sì. È un male? Forse sì.

Una risposta non ce l’ho.
So solo che ho preso una cattiva abitudine: mi aspetto di ricevere le informazioni nell’arco di 72 ore, massimo 96…
E se non arrivano, tendo ad innervosirmi.

Purtroppo (e/o per fortuna) in tempi di reti che ci fanno giacere tutti su una immensa griglia più o meno collocata su un unico livello (la orizzontalizzazione che ha sostituito la verticalizzazione), in uno spazio temporale virtuale profondamente diverso rispetto al passato, certe dinamiche comportamentali rischiano di trasformarsi in un boomerang disfunzionale.

Immagine: Rene Magritte, “Illuminazione” (1934)

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