Dove sarò fra 10 anni?…

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È da qualche giorno che mi sto facendo un po’ di domande (alcune me le sto ri-facendo, iterativamente, in una sorta di loop alla ricerca di una risposta)…

Lunedì scorso ho avuto un lungo colloquio sfinente con l’inquilino di un piccolo appartamento che possiedo. Sto cercando la quadratura del cerchio (difficile… già geometricamente di per sé) e, ascoltando i suoi ragionamenti, mi domandavo come mai potremo farcela finché ci saranno persone giovani che ragionano così (su altri fronti, non sulla questione oggetto del colloquio).
Secondo una mentalità obsoleta.

Un’altra riflessione (in qualche modo collegata a questo episodio) la facevamo a pranzo coi miei genitori ieri. Era una riflessione generata dal discorso dell’inquilino ma che ci faceva domandare che senso ha (se ha ancora senso oggi, in un mondo che si sta rovesciando come un calzino e che sta andando in una direzione totalmente sconosciuta, almeno per me…) continuare ad avere dei beni immobili. A parte i problemi con inquilini, tasse, spese condominiali, spese di manutenzione… Ha ancora senso avere dei beni immobili? (Fatto salvo quelli che tu abiti…)
So che può sembrare un ragionamento strano e a tratti folle, però…
Il babbo è uscito con una osservazione che mi ha colpito (detta da un uomo di 72 anni): “Che ne so lei [io] cosa farà fra 10 anni? Con la vita incasinata che fa… Magari le basterà uno zaino…”
Sta cosa mi ha fatto riflettere… Anche perché ragionamenti simili li avevano già fatti amici in anni insospettabili…
[Senza contare che un amico, tanti anni fa, disse: “Io me la vedo la Barbara fra qualche anno: in giro col suo portatile”… Qui c’è gente che ha visto – e vede tuttora – cose che io non riesco a vedere… Ma questa è un’altra storia…]
Già, dove diavolo sarò fra 10 anni?
Cosa farò?
Dove vivrò?
Il mondo sta cambiando. Ad una velocità in aumento esponenziale.
Lo sanno anche i bimbi dell’asilo.

Alla solita Domandona: “Stiamo ancora usando sistemi efficaci, validi per il futuro?”, sappiamo tutti che la risposta è: “No.”
Senza punti esclamativi, senza enfasi, senza drammaticità. Semplicemente “no”.

Anche perché, facendo una riflessione magari scollegata dal contesto del ragionamento, basta vedere cosa sta facendo la tecnologia: ti puoi portare una intera biblioteca dentro un tablet (con backup remoti, collocati altrove…); i conti in banca sono totalmente virtualizzati (non senza rischi…) e non è più necessario andare in filiale per fare determinate operazioni; puoi essere ovunque nel mondo, e lavorare col resto del mondo…
Non so…
Tutti ‘sti fardelli mentali e fisici… Che rallentano, generano attaccamento e paura di perdita.

Mi viene anche in mente un articolo su Obama letto qualche tempo fa, scritto per Vanity Fair America, dove lui dichiarava che si veste solo di grigio e di blu e mangia poche cose (in termini di varietà): “Ho così tante cose a cui pensare, che cerco di liberarmi di decisioni non necessarie.” , diceva più o meno.
Ora, Obama fa un lavoro molto particolare (diciamo così…), ma certe riflessioni sono valide anche per noi, comuni mortali.

Sbaglierò, ma mi sa che bisogna farsi ragionamenti molto-molto diversi da prima.
O usciamo dai confini, iniziando anche solo da quelli mentali ed informativi, oppure…
E qui discutevo proprio di recente con colleghi sulla verticalizzazione della informazione – Manuel Castells docet – obsoleta e limitante, contro la orizzontalizzazione della stessa, uscendo anche dai recinti delle solite fonti e delle solite notizie, diventando cittadini del mondo anche solo con la testa, tanto per incominciare…

Dovrebbe essere scontato, ma mi sa che non lo è così tanto…
Se continuo a sentire discorsi vecchi come un disco rotto di vinile su un vecchio grammofono…

O si cambia, secondo un processo darwiniano, o si soccombe.
Non è bello a dirsi, ma credo sia così.

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