Porti sicuri

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Penso che ognuno di noi abbia uno o più porti sicuri, dove trovare riparo in alcuni momenti della propria vita e della propria giornata.
(Così come molti di noi hanno delle “zone di calma” dove andare per raccogliere idee e pianificare; zone – in senso lato – dove stare soli con sé stessi.)

Ed i porti sicuri possono essere luoghi, situazioni, oggetti, persone che rappresentano per te, veri e propri punti di riferimento entro (e presso) i quali trovare spunti di riflessione, conforto intellettuale, luoghi di confronto, utili per vedere le cose da un punto di vista diverso.

Il rischio è che questi porti sicuri diventino delle ancore di salvezza alle quali aggrapparsi (soprattutto quando si stanno attraversando momenti particolari della vita, che sono oggetto di grandi cambiamenti più o meno repentini).

Il rischio è anche che nei confronti di questi porti sicuri le aspettative crescano; quando – in condizioni emotive stabili – sei perfettamente cosciente che questi “luoghi” (come tutti i porti del mondo) hanno una vita propria ed autonoma, che utilizza altri scambi per approvvigionarsi a sua volta.

E che tu sia ormeggiato presso di loro o meno, non fa alcuna differenza.
Fa una enorme differenza per te, perché attingi e ti rifornisci di risorse che ti vengono date nel momento in cui sei “fisicamente” ormeggiato.
Ma una volta che sei “fisicamente” lontano, sei in navigazione, puoi utilizzare le risorse che hai acquistato, prelevato, dal porto, ma devi contare solo ed esclusivamente sulle tue capacità e le tue risorse che l’esperienza ha costruito “fuori, dentro e tutto intorno” a te.

Non puoi pensare che il porto sicuro sia una sorta di rimorchiatore, o nave appoggio, che ti segua costantemente nella tua navigazione.

Se è un porto, la parola stessa ti dice che si tratta di qualcosa che è là, collocato “geograficamente” in un punto al quale, se vuoi, puoi tornare (per acquistare nuove carte, nuovi viveri, nuovi strumenti utili per esplorare nuove rotte).
Se non vuoi, puoi abbandonare, per cercare altri porti presso i quali approviggionarti.

Qualsiasi cosa tu faccia, va bene.
L’importante è che tu tenga bene a mente che il “porto”, proprio in quanto tale, non può seguirti nella navigazione.
Altrimenti lo chiameresti “nave appoggio”.
Ed una nave appoggio non è.

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