Sperimentazione vs Programmazione (CC3 – Toastmasters)

Se per l‘Ice Breaker ero tesa perché era il primo discorso (e lo avevo provato fino all’ossessione), il secondo era la conclusione della storia raccontata nel primo (ero “convinta dentro” e mi ero sentita un pochino più sicura rispetto al primo).
Ma il terzo… Ah!… Il terzo speech… Argomento complesso, tante cose da dire e tutte nella testa… Primo tentativo di scrittura… Un casino immenso. Tanti punti gettati sul tavolo e poco collegati tra loro…
Ok, proviamo prima a raccontarlo, registrandomi, e poi estraiamo la struttura…
Disastro! Minimo 8-9 minuti (non ce la farò mai!)
Avanti, riprova, sarai più fortunata…
È tenta che ti ritenta, comincia a prendere forma.
Inizi a vedere la luce in fondo al tunnel e arriva il feedback del mentore: c’è da intervenire con mano pesante.
Comincia a serpeggiare il panico… Manca meno di una settimana…
Non ce la farò mai!
Avanti, prova ancora!
È arriva il raffreddore e la stanchezza che ti rincoglioniscono all’ennesima potenza…
Prova ancora…
E arrivo a stasera, preoccupata…
Seduta, in attesa di parlare, ho un blackout mentale… Buio. Non ricordo più nulla. Ripesco lo schema e guardo le parole chiave. I neuroni zoppicano…
Eugenio (a fianco a me, al suo 5 speech) è teso come una corda di violino. “Respira!” gli dico.
Mi precede un Ice Breaker potentissimo, altamente emotivo…
Ho il batticuore come neanche al primo speech!
“Assurdo!” (Mi dico) “Non può succedere al terzo speech! Non può!!”
Ok, tocca a me.
Mi alzo e vado. Inizio a parlare e… vado letteralmente in trance. Mi succede sempre: è come se entrasse in scena un’altra Barbara (quella emotiva viene gentilmente accompagnata alla porta e ricompare solo a speech terminato, quando arriva – immancabile – la “vampa” stile menopausa). La Barbara che entra in scena governa emotività, filo logico, linguistica e linguaggio del corpo, portando a termine il suo lavoro.
A speech finito ricordo poco, pochissimo (ricordo solo di avere temuto di essere corta per paura di arrivare troppo lunga sui tempi…)
È andata… Ho scollinato. Portando a casa anche il prezioso feedback del valutatore preciso e chirurgico.
Ora, che sono le 23.00 e sono a casa, ho ancora adrenalina in circolo e non ho uno straccio di sonno.
E m’è pure passato il raffreddore… Potere del Toastmasters 🙂

Ma di che cosa ho parlato? E che cosa sono “stata”? (Ci riflettevo proprio ieri sera, tornando a casa esausta)

Ho preso spunto da un libro di cui ho già parlato in un precedente post: “Identità al lavoro” scritto da Herminia Ibarra.

Ho parlato dell’importanza del riconoscimento delle varie identità di cui siamo composti, che si avvicendano nell’arco della nostra vita e nell’arco di una stessa giornata…

Ho parlato di quanto possano rivelarsi importanti le identità che si manifestano attraverso i nostri hobby, le nostre passioni ed i nostri talenti… Importanti perchè sono risorse che non devono essere ridotte a “meri compensatori” per dare un senso alla nostra vita, bensì possono rappresentare altre strade importanti che possono essere intraprese quando (e se) la nostra attuale identità (lavorativa) va verso un esaurimento, e noi ci si inoltra in una fase di transizione che ci sta portando verso “altro” (che magari non siamo ancora in grado di riconoscere)…

Ho parlato di quanto sia importante coltivare amorevolmente queste altre identità come pianticelle che devono crescere forti e robuste…

E forse la mia scarsa preparazione per lo speech di ieri sera (provato molto meno rispetto ai precedenti) è stato un primo segnale di cambio di identità e di inizio di sperimentazione (abbandonando progressivamente la programmazione)…


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