Una riflessione di Sebastiano Zanolli

Non conosco da molto tempo Sebastiano Zanolli.

Ho iniziato dai suoi libri l’estate scorsa (grazie ad un post di un amico su Facebook), l’ho contattato – sempre su Facebook – e neanche un anno fa l’ho conosciuto di persona.

Giustamente (secondo me) viene definito un “manager atipico” (vuoi per ambito professionale, ma non solo) e quello che ho subito apprezzato del suo comunicare è stata la interdisciplinarietà e la trasversalità che si coglie nei suoi libri, nei suoi articoli sul blog e nei suoi post sulle sue pagine pubbliche (“Dovresti a tornare a guidare il camion Elvis – il libro” e “Sebastiano Zanolli – La Grande Differenza“).

Con il tempo ho anche imparato ad apprezzare la sua contaminazione tra la figura di manager, uomo e formatore. Una commistione (che si incrocia anche con ambiti filosofici) che genera contenuti interessanti, che fanno riflettere e applicabili alla quotidianità professionale e non solo.

Oggi, proprio sulla sua pagina pubblica di Facebook “Sebastiano Zanolli – La Grande Differenza”, ha condiviso una riflessione che mi sembra di intuire rappresenti un “bilancio di chiusura” (un tirare le somme) dopo un (suo) anno trascorso a formare (giovani e meno giovani), a tenere corsi e a scambiare idee con le tante persone che ha incrociato sulla strada.

Ciò che ha scritto in questo post lo condivido totalmente e lo “sento” molto. Forse proprio perché mi trovo in una “terra di mezzo anagrafica” e a dover fare i conti quotidianamente con la paura (pur essendo professionalmente nata e cresciuta nella incertezza).

Lo riporto integralmente.

Buona lettura:

… ho trascorso numerose serate ad ascoltare e a parlare con la gente di presente e di futuro. La rete, la globalizzazione, la minaccia cinese e asiatica in genere, la carenza di innovazione, le possibilità del mondo occidentale, ( se ha ancora senso di parlare di un mondo diviso in occidente e oriente ), le risorse dei singoli e la motivazione ad accettare ancora una volta la sfida, la precarietà di un sistema che sembrava immutabile e garantito, lo spostamento delle ricchezze e la scarsità delle risorse.
Ho incontrato imprenditori e dipendenti, organizzazioni e privati, commercianti e produttori. Ho dovuto fermarmi a riflettere. Stavo correndo due rischi, ambedue terribili. Tanto più terribili quanto più si presentano correlati.
Il primo era ed è quello di essere assorbiti velocemente dal maleodorante blob fatto di ansia ed angoscia che sta montando inondando fasce sociali e culturali fino a ieri motori di innovazione e creatori di prosperità, ancorché spesso materiale, ma comunque di prosperità. Il secondo rischio non meno pericoloso era ed è quello di sviluppare una tale abitudine alle avvisaglie di questa rivoluzione economica alla porte da rimanere fermi e assonnati ad aspettare uno tsunami civile sconquassante ed annunciato.
Paura e abulia. Un binomio spaventoso. La paura che assume la sua forma peggiore di angoscia distruttiva e quindi paralizzante. Che pone nel panico e come davanti ad un serpente immobilizza in una inedia mortale. Ho dovuto fermarmi di fronte a sale spesso colme di energie congelate, di ipotesi destinate a rimanere tali, di reazioni sterili anziché di azioni, di rimpianti anziché rimorsi. Fermarmi e riflettere sul quanto io vado pensando e dicendo durante questi incontri. Non voglio dare false speranze ma nemmeno dipingere foschi orizzonti di dubbia realizzazione. Di sicuro c’è che quasi tutti siamo di fronte a nuovi dilemmi. Nuovi ambienti sconcertanti e completamente inesplorati. Di sicuro c’è che affronteremo la più grande ridistribuzione delle ricchezze mai avvenuta. Di sicuro c’è che le logiche economiche saranno più stringenti e per un lungo periodo nessuno si prenderà più cura di noi perlomeno nel senso di stato sociale così come noi lo concepivamo. Vorrei poterlo pensare ma non sarà così. Di sicuro c’è che stiamo iniziando ad assaporare, una volta tanto, cosa significa non essere il centro ma piuttosto periferia. Di sicuro abbiamo perso molta parte della nostra competenza che credevamo eterna, un po’ come degli abili maneggiatori di pallottolieri che debbano d’un tratto usare il computer. Di sicuro c’è che al tavolo si sono seduti nuovi avventori e oltre che a spartire l’esistente si tratterà di tirare fuori nuove pietanze dalle credenze o quantomeno mischiare ingredienti di provenienza diversa in nuove inedite ricette. Ecco. La pausa di ripensamento sta portando i suoi frutti. La situazione nella sua novità non è completamente sconosciuta, o meglio porta con sè i germi di una sua potenziale soluzione. Si tratta di non ascoltare il delirio dettato dalla paura di perdita dei privilegi. Tanto più quando questa diventa paura collettiva ed invoca rappresaglie anziché comportamenti volti a sanare le virulente radici della situazione. Se non si ascolta questo delirio, la possibilità di essere parte positiva del cambiamento ci appare meno nebulosa e confusa. Ma occorre rispolverare quella fame, quella disponibilità, quella risolutezza che si legge negli sguardi dei disperati che ogni giorni sbarcano a Marina di Modica o a Pozzallo o a Lampedusa. Occorre recuperare il valore della propria responsabilità non perché non sia corretto e giusto che gli organismi statali e sovra-statali se ne occupino, ma perché da qui al momento in cui le organizzazioni metteranno mano alle problematiche socio-economiche in modo svincolato dalle ideologie e dalle beghe dei salotti faremo in tempo ad essere carne da macello per il più grande sovvertimento relativo all’economia che si sia visto del tempo della rivoluzione industriale. Ecco. Paura e inedia sono causa e frutto di agi temporanei scambiati per garanzie eterne. Non erano diritti prima, visto che non lo erano per il resto del mondo, non lo saranno nel futuro.
Riconoscere questo toglie al timore diffuso gran parte della sua devastante potenza ansiogena. Libera la voglia e la possibilità di prendersi dei rischi. Che vanno calcolati si, ma non cancellati. Non è più il momento.
Quella paura e quell’abulia che ho incontrato troppo di frequente ultimamente sono una adeguamento a dei messaggi popolari che vogliono riportarci una tranquillizzante e sedativa visione del mondo. Un po’ come l’orchestra del Titanic che suonava mentre la nave affondava. Non è più il momento.
Serve voglia di studiare e fare, serve sangue freddo e disponibilità. Mi va di dirlo per prima cosa a tutti quei ragazzi che disperatamente si aggrappano a condotte valide dieci anni fa. Che prevedevano chiari percorsi di studi ed entrate programmate nel mondo del lavoro accompagnate da carriere pianificate e remunerative. Mi va di dire loro che l’unica cosa su cui investire è la loro intelligenza emotiva, finanziaria e culturale. Senza tralasciare nessuno di questi tre aspetti. E che il loro futuro si costruisce ora dopo ora, minuto dopo minuto. Coltivando reali capacità di agire ed interagire con il prossimo. Per quanto distante o diverso egli sia. Mi va di dirlo agli imprenditori stanchi e demotivati. Si tratta di ripartire. Come Edison dopo centinai di tentativi o come Enzo Ferrari dopo la morte del figlio Dino. Ora dopo ora, minuto dopo minuto. Mi va di dirlo agli impiegati impauriti dalla possibilità di perdere il loro posto, con scarse alternative che tremano al pensiero di non potere mantenere i figli agli studi. Anche il vostro futuro si costruisce ora dopo ora, minuto dopo minuto. Non delegatelo a nessuno. Prendetevene cura aumentando le vostre capacità, moltiplicando i vostri contatti, approfondendo le vostre conoscenze, investendo i vostri soldi in modo intelligente e quindi garantendovi prima di tutto un rendimento. Se ce una sola cosa di cui non abbiamo bisogno è la paura che i nostri mostri interni generano e che accompagnano con un seguito di paciosa ansia che degenera in lunghe ore sul sofà a sfogliare improbabili programmi di intrattenimento. E non abbiamo nemmeno bisogno di quella angoscia generata dai media che porta intolleranza e radicalizzazione dei conflitti e mai soluzioni durature e convenienti. Ci basta la sana e salutare paura, quella che Neumann definiva , “l’angoscia catartica” dove l’individuo si sente rafforzato internamente e capace di libere decisioni avendo dominato l’angoscia e superato un pericolo. Questa è il pungolo sufficiente e necessario per cambiare paradigma e angolo di visuale. Perché per fabbricare il tappeto della propria esistenza servirà conoscere e saper scegliere i filati, saper creare un bel disegno e anche saper tessere. E visto che avremo paura di sbagliare ci applicheremo più del solito, disfacendo e rifacendo quando necessario. Ma senza ansie e con energia. E l’arazzo sarà bellissimo. Ne sono certo.

2 pensieri su “Una riflessione di Sebastiano Zanolli

  1. Molto vero il concetto di sostenibilità definito da Sebastiano Zanoli, si rifà (strizza l’occhio), al concetto di empatia a me molto caro. Brava Barbara

    • Ciao Giuliano,
      ti ringrazio ma la riflessione è uscita da un’altra testa…
      Io ho solo chiesto il permesso di poter condividere.
      Grazie ancora e buona serata!

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