Metabolizzare un rifiuto

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Questo è un post di sfogo.

Stasera butto a mare con soddisfazione ogni tipo di mantra ed idea motivazionale.
Stasera mi immergo nella frustrazione.
Stasera metto per iscritto (a scopo terapeutico) la rabbia (immotivata) e la frustrazione (immotivata) che si prova nel ricevere un rifiuto.
Stasera ne faccio una questione personale, anche se non dovrei…
Ma tant’è… Stasera va così… E se va così, vuol dire che così deve essere.

Dunque…
Immagina.
Immagina di nutrire una profonda stima per una persona.
Stimi la sua profondità intellettuale.
Stimi il suo modo di pensare.
Stimi ed ammiri il percorso di vita che ha fatto.

Ed ora immagina…
Immagina di attraversare un periodo un po’ strano della tua vita.
Non sai dove stai andando.
Non sai cosa stai cercando.

Sei immerso in una “terra di mezzo”, frantumato su mille interessi e con la vaga sensazione di girare in tondo senza riuscire a trovare una via di uscita.
Hai la sensazione di disperdere la tua energia in mille rivoli…

Immagina…
Immagina di avere bisogno di una guida che ti tenga in carreggiata.
Di qualcuno che con qualche suggerimento e qualche domanda ben piazzata, ti aiuti a fare chiarezza.
E pensi…
Pensi a quella persona che tanto stimi.
E verso la quale nutri anche una certa soggezione dettata dalla stima che nutri nei suoi confronti.

Ci pensi giorni e giorni…
Poi, prendi coraggio e prepari una mail perfettamente dosata ed equilibrata, chiedendo timidamente un suo supporto.

Ecco…
Ti sei esposto.
Hai raccontato qualche pezzo di te e delle tue difficoltà.
E…
Purtroppo ricevi un rifiuto: la persona non può seguirti per oggettive grosse difficoltà logistiche.

All’inizio la prendi bene.
Poi…
Poi, a distanza di circa un’ora, si scatena l’inferno emotivo.
La ragione lascia il posto ad uno dei più spettacolari loop di frustrazione che tu abbia mai vissuto.
Si alternano stati di delusione e rabbia e si inizia a tracciare una debole ferita, in costante e progressivo approfondimento.

Non c’è niente da fare.
Il loop acquista potenza…
Non riesci a contenere la rabbia, che cambia improvvisamente modalità: passa da uno stato di fiammata (rapida, potente e di rapida estinzione) ad uno stato di rabbia (combinata a frustrazione e senso di abbandono) sorda che inizia a scendere in profondità, diventando stabile e potente.
Perché?
Perché ti sta accadendo questo?
Perché ti sei esposto.
Perché hai preso coraggio dopo giorni di indecisione.
E dopo che hai preso coraggio, per ragioni esterne, ricevi una risposta negativa.
E quasi inevitabilmente la prendi come una questione personale.

Che puoi fare?
Io sono una sostenitrice del rimanere immersi in questi stati.
Dopo anni di controllo emotivo, ti rendi conto che è meglio lasciare scorrazzare libera la bestia.
Se ci rimani immerso e lo attraversi, hai buone probabilità di uscirne piuttosto rapidamente.
Invece, se tenti di sopprimere e controllare, questo stato aumenta la sua forza e preme per uscire.

Stacci dentro.
Maledici mentalmente il mondo intero.
Sfoga mentalmente la tua rabbia.

Stacci dentro.

Vedrai che domattina ti alzerai e tutto risulterà più leggero.
E se non sarà domani, sarà dopodomani.
Passerà.
Metabolizzerai.

E proseguirai nel tuo viaggio, un po’ più forte rispetto a ieri.
Senza serbare alcun rancore.
Imparando a non farne questioni personali.

Perché in fondo non è successo nulla.

Immagine tratta da Google Image

4 pensieri su “Metabolizzare un rifiuto

  1. Ciao Barbara, ho letto come sempre con interesse il tuo post che mi ha dato da pensare.
    Mi sono venute in mente situazioni abbastanza recenti in cui ho avuto anch’io difficoltà di rapporto con un mentore.
    In primo luogo, la mia scoperta o, se preferisci, la mia conferma, è che non è mai il maestro a scegliere il discepolo ma sempre il viceversa (come mi insegnava molti anni fa un maestro vero).
    Chi si impone, direttamente – ma anche indirettamente – come mentore nella tua vita… beh…. ho imparato ad andarci molto cauto con queste persone.
    Un maestro vero è sempre disponibile e offre i suoi insegnamenti in modo gratuito e disinteressato. Inoltre è cosciente di essere un maestro per qualcuno.
    Il discorso sul mentoring, più vicino al nostro mondo o, se vuoi, al coaching al quale ti stai accostando, io, a posteriori, lo trovo molto pericoloso, proprio perché può comportare delusioni sostanziali, come quella di cui parli tu. Vedila così: tu hai scelto questa persona come mentore ma lei non è cosciente di poter essere un maestro per gli altri.
    Che ne pensi?

    • Ciao Pierluigi, grazie per le tue sempre puntuali riflessioni che mi danno la possibilità di scandagliare un po’ più in profondità…
      Condivido quanto scrivi: è il discepolo che sceglie il proprio Maestro e non viceversa. E qui è stato così.
      Per il Mentore, lo vedo più come un processo inverso: vedo il Mentore come colui che ti viene assegnato da terzi, per la tua crescita all’interno di una struttura/organizzazione. Lui ha il compito di istruirti ed aiutari ad inserirti all’interno della organizzazione, aiutandoti a comprenderne il funzionamento e le dinamiche.
      Per il Coach… Qui tocchi un nervo scoperto. Ho avuto proprio modo nell’ultimo weekend di parlarne con dei compagni di un corso che ho seguito e ho “espresso” il nervo scoperto che mi genera così tanta sofferenza (è proprio il caso di dirlo). Per come sono fatta io, non riesco a pensare di farmi pagare per risolvere un problema di un altro (diverso è l’atteggiamento nei confronti di organizzazioni: lì vado meglio anche se considero questo compito come una funzione integrata all’interno di capi, manager, ecc.).
      Proprio non ci riesco. Va contro la mia natura. E’ per quello che dico che il Coach io non lo farò mai.

      Sull’ultimo punto, forse hai un po’ ragione… Al di là delle oggettive difficoltà logistiche esistenti in questo caso (è veramente un casino, passami il termine): la persona che ho scelto come “punto di riferimento” forse non è cosciente (e/o ha paura) di poter essere un maestro (fonte di ispirazione) per gli altri (pur essendo per gli altri un grosso punto di riferimento). Sembra quasi che si senta “inadeguato” (parola grossa) perchè si rimette costantemente in discussione, riflettendo e scavando dentro di sé. Ma è proprio lì la ricchezza di una persona, secondo me, con i suoi pregi ed i suoi difetti.
      Poi ci possono essere anche fattori di mancanza di “affinità” (quello che tu vedi nell’interlocutore, non è quello che l’interlocutore vede in te).
      Tante possono essere le cause. Siamo esseri umani e le variabili possono essere infinite…

      Comunque grazie ancora per avermi dato la possibilità di ragionarci ancora un po’ su.

  2. Pingback: Il filo rosso… « BarbaraOlivieri

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