Emotività ed Empatia

Immagine tratta dal sito http://www.fell-back.it

Come ho già scritto in un post recente, sono un tipo emotivo.

Come ho già scritto in un post recente, detesto le persone che urlano e che insultano.

Usando la mia parte logica, affermo agli altri (e soprattutto a me stessa) che chi urla ed insulta, lo fa perché ha esaurito gli argomenti per sostenere la sua tesi.

Non temo confronti aspri, purché non ci sia aggressività.

Riflettendo sulla mia reazione silenziosa (molto agitata) davanti agli scontri avvenuti nell’ultima riunione condominiale, mi sono fatta delle domande.

Mi sono domandata perché io non sono in grado di affrontare (ed eventualmente gestire) conflitti “violenti”.

Mi sono domandata se sono capace di gestire personalità complesse.

Ho pensato alla velocità con la quale perdo il controllo se mi trovo davanti una persona che si trova in contrapposizione con le mie opinioni, e non manifesta alcuna intenzione di trovare un accordo.

Mi sono fatta parecchie riflessioni e, come era prevedibile che accadesse, si è insinuato un senso di inadeguatezza che già avevo sperimentato in un’altra situazione.

Forse sarà un periodo particolare, fatto sta che spesso mi ritrovo a vivere stati emotivi piuttosto altalenanti, rimettendo costantemente in discussione me stessa e le mie strategie.

Passo rapidamente da stati di sconforto a stati di aggressività, senza nessun motivo.

E questo credo sia un indicatore di una emotività piuttosto elevata.

Ed avere una emotività così sviluppata mi fa sentire troppo vulnerabile.

Poi… Poi ripenso alle esperienze vissute sino ad oggi.

Ripenso alle difficoltà affrontate.

Ripenso alla gestione di stati critici di situazioni e persone.

Allora mi calo nel ricordo e cerco di recuperare le sensazioni e ritrovare gli strumenti che ho utilizzato per affrontare situazioni complesse e ad elevata conflittualità.

Mi sono ricordata di come ho imparato a gestire il dialogo con un Ingegnere dal comportamento molto aggressivo. Mi ricordo ancora oggi il momento in cui, con lucidità, ho pensato: “Bene, lui capisce solo il linguaggio della violenza. Allora gli parlerò con il linguaggio della violenza.” Ho iniziato ad utilizzare lo stesso tono di voce, lo stesso ritmo e lo stesso linguaggio. E si è ammansito.

Mi sono ricordata di quando il responsabile di una impresa, in cantiere, è stato colto da una crisi isterica. Dopo il fuggi-fuggi generale di tutti, sono rimasta io con lui che sbraitava e non ascoltava le parole che gli dicevo per riportarlo alla calma. Cosa ho fatto quella volta? Ho aspettato che la crisi isterica si smorzasse un po’, e gli ho proposto di fare i primi tracciamenti degli impianti assieme affinché comprendessimo assieme come fare, e dove fossero eventuali errori nei disegni in modo che potessi correggerli e riconsegnarli più leggibili. La persona mi ha seguito docile ed è diventata collaborativa.

Mi sono ricordata della lavata di capo che presi dall’Amministratore Delegato di una impresa perché non avevo ancora approvato dei disegni (ricevuti solo il giorno prima). Senza perdere la calma, ho proceduto nell’approvazione dei disegni, soddisfacendo il bisogno dell’impresa. Mettermi di “traverso” ed opporre resistenza, non sarebbe stato funzionale per nessuno.

Mi sono ricordata della calma olimpica con cui ho gestito un momento particolare con i miei genitori.

Quindi? Quindi non è vero che non sono in grado di gestire situazioni critiche.

Quello che mi frega è la preoccupazione (ossia “l’occuparsi prima”) di qualcosa che non è detto che avvenga. Una preoccupazione generata dalla emotività.

Una emotività che non voglio cancellare o relegare in un angolo. Non è bene, non è salutare e non è funzionale.

Anche perché d’altro canto, considero la emotività come una risorsa importante per entrare in empatia con la controparte.

Mi è capitato a volte di vivere indirettamente sensazioni e stati d’animo di persone che mi hanno raccontato esperienze, o che ho affiancato in alcuni periodi della loro vita.

Penso che l’empatia, nel bene e nel male, sia una risorsa veramente importante e preziosa per comprendere maggiormente. Al contrario di quanto sostengono alcuni, che considerano l’empatia dannosa e da sostituire con il “ricalco”. Per me il “ricalco” è efficace per comportamenti di superficie. In altri casi serve l’empatia, solo così entri in risonanza con la persona e – vivendo realmente le sue sensazioni ed i suoi sentimenti – riesci ad accompagnarla ovunque, creando fiducia. Per quanto mi riguarda, non ci sono scuse, l’interlocutore si accorge se fingi o meno. E se si trova in uno stato alterato, questo può fare una grande differenza nel rapporto con la controparte.

Penso che vivere pienamente la propria emotività sia anche il sistema migliore per apprezzarla, senza temerla. Comunemente le cose sconosciute vengono temute (anche se dovrebbero essere solo affrontate e risolte); penso che avvicinarle, guardarle e calarsi dentro, te le facciano apprezzare.

Perché non c’è nulla di cui avere paura. E’ l’incognito a generare paura.

E – per quanto mi riguarda – tutto ciò che non riesco a controllare lo temo.

E l’emotività non può essere controllata, può essere solo vissuta.

L’emotività fa parte della Vita. E non c’è nulla da temere.

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