The Social Network [2010]

Avvocato dei gemelli: “Signor Zuckerberg, ho la sua piena attenzione?”
Mark: “No…!”
Avvocato: “Non crede che io la meriti?”
Mark: “Come?”
Avvocato: “Non crede che io meriti la sua attenzione?”
Mark: “Ho dovuto giurare prima di questa disposizione, e io non giuro il falso. Quindi ho l’obbligo legare di rispondere “no”.”
Avvocato: “Quindi lei non crede che io meriti la sua attenzione!”
Mark: “Io credo che se i suoi clienti vogliono sedersi sulle mie spalle per dichiararsi alti, hanno il diritto di provarci ma io non sono obbligato a divertirmi ascoltando tutte queste bugie; lei ha una parte della mia attenzione, il quantitativo minimo, il resto della mia attenzione è rivolto ai miei uffici di Facebook dove io e i miei colleghi facciamo cose che nessuno in questa stanza, incluso soprattutto i suoi clienti, è intellettualmente e creativamente capace di fare. È una risposta adeguata alla sua sussieguosa domanda?”

Con un ritardo che ormai mi caratterizza (e che sto cercando di correggere), ieri sera ho recuperato su SKY la visione del film “The Social Network“: la storia della nascita di Facebook.

Contro ogni mia previsione (non avevo grandi aspettative) l’ho trovato un film veramente notevole.

L’attore che interpreta Mark Zuckerberg è bravissimo: inespressivo, iper-cerebrale, Jesse Eisenberg tratteggia la figura di Zuckerberg come un soggetto assai “strano”, al limite della patologia.

Sospendendo qualsiasi giudizio sul film e sulla vicenda narrata, il fondatore di Facebook viene rappresentato come una persona che vive scollegata dal mondo che noi consideriamo normale, dotato di una intelligenza straordinaria e di un ambiguo comportamento a-sociale. Un personaggio indubbiamente geniale, con tracce vagamente psicotiche, separato dalle emozioni umane (se non erro lo dice anche in una battuta del film: lui non prova emozioni).

Una colonna sonora strepitosa (Oscar 2010) accompagna e sottolinea molto bene questi concetti: elettronica, ipnotica, con pezzi di solo per pianoforte, riesce a trasmettere stati di alienazione, di esaltazione e di solitudine abbastanza profondi.

Alla fine ho avuto l’impressione che uomo e software fossero divenuti una cosa sola: stessa “inespressività” ed una sola entità.

Due scene sono emblematiche. La prima lo vede immerso nella programmazione mentre il suo socio, amico, nonchè Direttore Finanziario (Eduardo Saverin, interpretato da Andrew Garfield) viene messo da parte nella società Facebook: isolato dal mondo, indossando cuffie, è un tutt’uno con il computer sul quale sta freneticamente digitando stringhe di comando. La seconda è la scena finale, che lo vede solo, in sala riunioni, davanti al portatile aperto e – con sguardo vitreo – fissa il monitor totalmente inespressivo, schiacciando ossessivamente il tasto F5 (refresh), in attesa di ricevere una conferma di amicizia.

Pensando al film, stamattina riflettevo cercando anche di capire se il personaggio “lo è o ci fa”:

  • è stronzo nel lanciare l’iniziativa delle votazioni sulle studentesse più belle (come un mercato della vacche digitale, non molto lontano dai vari concorsi delle miss) o ha avuto l’intuizione che è quello il bisogno da soddisfare degli studenti (che vengono presentati come ricchi ragazzotti superficiali, impegnati in feste al limite)?
  • è stato stupido (ingenuo, irresponsabile, inconsapevole) nel farsi abbindolare dallo squalo di Napster (un grande Justin Timberlake che interpreta Sean Parker), oppure ha fatto freddamente i suoi calcoli?

Ed il suo amico Eduardo (Direttore Finanziario) è stato troppo impulsivo nel congelare i conti (accecato dal panico, o dalla gelosia, e dalla sua giovanissima età), oppure ha fatto bene? (Considerando che Zuckerberg non lo caccia via; lo considera ancora suo amico e Direttore Finanziario ottenendo lo scongelamento del conto: manovra subdola oppure semplice amicizia?).

Nel momento in cui Eduardo viene messo da parte viene il dubbio che Zuckerberg sia totalmente inconsapevole della situazione, che sia pilotato da Parker, ragazzo navigato ed immensamente furbo, nonchè pervaso da una potente ambizion e da delirio di onnipotenza (essendo già una star del web). Oppure Zuckerberg lasciava il lavoro sporco a Parker?

Zuckerberg risulta essere una persona estremamente sola, scollegata dalla realtà quotidiana e molto ben calato nella virtualità.

Quando una ragazza dice che: “[Facebook] E’ come una droga; ci vado anche cinque volte al giorno!“, lì si nasconde tutta la potenza di questo (del) Social Network. Uno strumento in grado di legarti a se e farti vivere un’altra realtà, protetta (?) da identità che non è detto siano reali. Uno magnifica macchina da soldi, che è stata capace di cambiare totalmente il concetto di Web. Capace di rovesciare il concetto di socialità e di reti di connessioni: sei sempre connesso, c’è sempre qualcuno on line, c’è sempre qualcuno lì con te (apparentemente) e non sei mai solo (in realtà sei incredibilmente solo).

Una esternazione della mente di un ragazzo geniale, in grado di catturarti in una rete che ti può dare tutto in apparenza, ma che è uno strumento molto potente di controllo, tale da poter essere considerato come una sorta di Grande Fratello di Orwelliana memoria (lo scenario è un po’ diverso, ma il risultato è lo stesso; con qualche anno di ritardo, ma è lo stesso).

Riflessioni già scaturite in ordine sparso in precedenti post (che ben descrivono il mio rapporto conflittuale col Web) e nelle considerazioni che feci quando volevo chiudere il profilo di Facebook.

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