La politica del lamento

lamentarsi

E’ da qualche mese che frequento la rete: ho aperto profili su LinkedIn e su Facebook, ho aperto questo blog e un account su Twitter.

Ho partecipato a varie discussioni nei forum, ho letto articoli (e relativi commenti) su vari blog e post su vari social network, rendendomi conto che le proteste, le contestazioni e le lamentele stanno dilagando a macchia d’olio.

E sono proprio questi interventi che godono di maggiore popolarità e condivisione.

Va bene, ok, ci può stare la protesta, l’indignazione e la denuncia; ma poi…? In genere non segue nient’altro se non altre proteste che vanno a gonfiare il fiume di polemica.

Un esempio recente: un mio “amico di penna” su Facebook ha tentato per ben due volte di lanciare una iniziativa “propositiva” sulla sua bacheca. La prima volta la discussione è degenerata in polemica e discorsi distruttivi, e a nulla sono valsi i suoi richiami, la seconda volta non ha avuto nessun seguito se non un intervento della sottoscritta.

Perchè? Perchè c’è il dilagare di polemiche, di disfattismo e nulla di propositivo?

Perchè è faticoso costruire qualcosa.

E’ faticoso vivere seguendo i propri valori.

E’ faticoso fare.

Viceversa è molto più facile criticare e dissertare filosoficamente senza proporre nulla di concreto. Si devia la propria attenzione da se stessi e dalle proprie capacità, spostando il focus sugli errori altrui e scaricandosi delle proprie responsabilità (“qualcuno” scrisse circa 2000 anni fa che prima di guardare la pagliuzza nell’occhio del prossimo, bisogna guardare la trave nel proprio occhio).

Quindi sono uscita dai forum dove, appena si tentava di dire qualcosa di costruttivo, arrivava puntuale l’osservazione condita di: “Si, ma…”, e partivano dissertazioni infinitamente polemiche, non prive di saccenza. Mi sono resa conto che era una fatica inutile, una battaglia persa in partenza sulla quale non valeva la pena investire ulteriori energie.

Sarebbe ora di scrivere cose costruttive e propositive, che rispondano alle domande: che cosa posso fare (io)? Che cosa propongo di fare (io)? Come intendo muovermi (io) per migliorare questa situazione, partendo dal mio piccolo?

Oppure si può scegliere di tacere, rimboccandosi le maniche e dandosi da fare. Contribuendo a costruire qualcosa di buono giornalmente passo-dopo-passo, in silenzio.

Io ho scelto di rimboccarmi le maniche e di essere congruente e coerente con me stessa, di operare secondo standard di correttezza, integrità e onesta, evitando lamenti inutili e gratuiti, sapendo che non è sempre facile e che ci sono delle difficoltà. Sapendo che bisogna fare fatica e che spesso non ti viene regalato nulla.

Sapendo che è un grosso lavoro vivere e lavorare quotidianamente secondo i propri valori.

Sapendo che è un percorso dove si incontrano (e si incontreranno) ostacoli, si cade (e ci si rialza), si è presi dalle crisi di sconforto con la voglia di buttare tutto “a mare” salvo poi fermarsi giusto in tempo.

Ma ho anche imparato sulla mia pelle che è proprio davanti alle difficoltà (reali) che si tirano fuori la grinta e le risorse che ciascuno di noi possiede, utili per proseguire nel proprio cammino di crescita.

2 pensieri su “La politica del lamento

  1. Capperi! Questo è scrivere!!
    Lo scrivere che precede o segue da vicino l’azione.
    L’unica cosa che abbia veramente importanza e l’unica cosa che scaturisce dall’evoluzione e ci fa, a sua volta, evolvere.

  2. Non posso che essere d’accordo con te; chi passa il tempo a lamentarsi e/o a criticare l’operato altrui, evidentemente non riesce a fare nulla di più. Come giustamente hai scritto vivere e lavorare in modo onesto e corretto costa fatica e sacrificio …. ma non esistono alternative per avere una vita soddisfacente. Chi prende scorciatoie pensando di essere più furbo degli altri dovrà, prima o poi, fare i conti con la verità.

    Un saluto

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