La Ruota del Criceto

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Riflettevo in questi giorni sulla metafora della “Ruota del Criceto” citata da Claudio Belotti al corso Obiettivi del 15 gennaio scorso e mi sono ricordata il momento nel quale presi la decisione di scendere da questo infernale attrezzo (marzo, aprile dell’anno scorso).

Mi ci sono voluti due episodi di forte malessere fisico per convincermi:

  • il primo avvenne credo a settembre del 2009: fu una giornata trascorsa in cantiere (stavo facendo la Direzione Lavori per gli impianti elettrici del nuovo Istituto Europeo di Oncologia), durante la quale passai dal giro canonico con l’impresa per esaminare le problematiche impiantistiche, al sopralluogo di specialisti per le sale operatorie integrate, per finire chiamata in riunione dal Direttore Tecnico e dall’Amministratore Delegato dell’impresa capocommessa per risolvere seduta stante un problema sui quadri elettrici; il tutto senza fermarmi un attimo, senza pranzare e stando sotto pressione per una giornata intera. Non successe niente quel giorno, ma il giorno dopo (sabato) ebbi un un mini-collasso (improvvisa debolezza, con mal di stomaco, una sudata pazzesca e superata la crisi, i due giorni seguenti afflitta da una sensazione di malessere); pensai si trattasse di un episodio isolato… (era dal 2007, che per varie vicende, non mi fermavo)
  • il secondo episodio (5-6 mesi dopo) mi vide passare una notte in bianco causa l’essermi cibata di una umilissima alga mangiata in un ristorante cinese (assolutamente sicuro) a conclusione di una giornata lavorativa molto-molto intensa (durante un lavoro di preparazione per un bando di gara per la progettazione di un ospedale).

Il secondo episodio fu il campanello d’allarme: dopo la notte trascorsa a bere té e ad aiutarmi con l’Alka Seltzer, e dopo 2-3 ore di sonno, nelle prime ore della mattina aprii gli occhi e (guardano il soffitto) il primo pensiero che affiorò alla coscienza fu: “Non me ne frega più niente.”

Mi dissi: “Non posso morire, non posso ammalarmi per le cose che materialmente non riesco a fare… Mi sto rovinando la salute e se mi ammalo, io perdo, gli altri trovano un sostituto. Non ci guadagno nulla, perdo solamente. Io devo imparare a fare solo quello che posso, al massimo delle mie possibilità, MA solo quello che posso.”

Da allora, ho rallentato i ritmi, ho ripreso il mio tempo per fare ciò che può arricchirmi e che arricchisce di conseguenza anche la mia modalità di approccio al lavoro.

Ho smesso di farmi perseguitare dai sensi di colpa e dai presunti sensi di responsabilità.

E ho imparato che se una cosa non riesco a farla oggi, la faccio il giorno dopo.

Ho imparato a sganciarmi dai problemi di lavoro nel momento stesso in cui esco dall’ufficio.

Ho smesso di svegliarmi di notte attanagliata dai pensieri di problemi da risolvere sul lavoro; ci dormo sopra ed il mattino dopo li affronto più serena e – magari – con una visione diversa della questione (grazie ad un salutare riposo).

[Ricordo ancora quando mi svegliai alle 3.00 di notte pensando ad un problema sulle sale operatorie: si innescò un “loop ansiogeno”. Per calmarmi mi dissi: “Barbara, hai due soluzioni: o ti alzi, ti vesti e vai in ufficio a risolvere il problema MA non potrai comunicare nulla almeno fino ale 8.30 di domattina; oppure dormi e domattina ti alzi prima, vai in ufficio e risolvi il problema”. Grazie a Dio, dicendomi questo mi ri-addormentai subito.]

Quello che ho avuto modo di comprendere dopo quasi tre anni di attività intensa (divisi tra una crisi personale-professionale molto forte, un problema familiare che si risolse benissimo e la Direzione Lavori di cui parlavo sopra) è che non è bello arrivare in fondo alla propria vita (o ad un certo punto della propria vita, diciamo dai 50 anni in su), voltarsi indietro, e vedere che hai gettato alle ortiche, hai bruciato, occasioni di vita e di apprendimento uniche perchè “dovevi assolutamente fare”. Non va bene così.

Mi piace ricordare il detto (non mi ricordo più di chi) che dice: “La vita è quella cosa che accade mentre sei impegnato a fare altro“.

Va bene avere passione per quello che si fa, per il proprio lavoro, ma – sono convinta –  questa passione deve essere supportata da altro (hobby, interessi) che può essere sia fonte di ispirazione, sia alimento per la propria sfera professionale.

Non farlo, si rischia di trovare il vuoto davanti a se dopo che il tempo del lavoro e della professione  finisce. E allora ti trovi smarrito (come mi successe il primo mese dopo il rallentamento forzato e voluto).

La vita offre troppe opportunità; ignorarla è un insulto.

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